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10 Giugno 1924Giacomo Matteotti venne ucciso dalle squadracce fasciste per aver scoperto la Tangentopoli nera

In questa giornata anche le istituzioni e i media ricordano l’uccisione per mano fascista del deputato socialista Giacomo Matteotti, sottolineando una certa “invivibilità” durante il fascismo, la repressione della libertà di parola, della libertà d’opinione e di associazione. Avviene un po’ ciò che Zigmunt Bauman descriveva sul nazismo: confinarlo come “male assoluto” per dimenticare un’analisi di ciò che fu nella sua materialità. Se notiamo, infatti, non viene mai spiegato approfonditamente perché Matteotti venne ucciso.  Fu ucciso perché scoprì il fascismo come degenerazione del capitalismo industriale dell’epoca. Scoprì le reti oscure di corruzioni, tangenti e mazzette che vedevano coinvolto Mussolini. Per quello che è stato ucciso.

Il deputato socialista si apprestava a denunciare lo scandalo documentato dalle carte dei servizi segreti americani, affiorate negli anni 2000, che dimostrano gli interessi del Duce in un giro di tangenti in affari petroliferi e come le camicie nere furono finanziate dalla compagnia petrolifera americana Standard Oil.

Fu proprio questa inchiesta a dire che esistono ragionevoli motivi, costruiti su prove documentali, per ritenere che Mussolini ordinò l’uccisione di Giacomo Matteotti. Ed emerge, sempre da prove documentali, che Mussolini accumulò una fortuna all’estero prima e durante la guerra.

Dal libro “l’ombra di Mussolini” del giornalista americano Ray Moseley, corrispondente da Londra del Chicago Tribune, a pagina 205, si legge: «Alcuni documenti conservati nell’Archivio nazionale degli Stati Uniti hanno rivelato che Galeazzo Ciano aveva nascosto milioni di pesos in Argentina e, assieme a Mussolini, aveva depositato segretamente altri fondi in Svizzera».

Dalla relazione dei servizi segreti alleati intitolata “Flight of Italian Capital (Mussolini)”, la cui attendibilità è indiscutibile, si evince che Mussolini costituì una fortuna all’estero, ma che non ebbe modo di utilizzarla. Verrebbe a cadere, così, una delle apologie che il postfascismo ha sempre coltivato: “Mussolini, fucilato a Dongo e poi appeso a testa in giù in piazzale Loreto, morì povero, tanto che dalle sue tasche non cadde neppure un centesimo”. Esattamente come non è vero che i fascisti non rubarono mai allo Stato italiano… chissà! Forse è da lì che nacque il mito “italiani brava gente”.

La verità è che il Duce avrebbe accantonato enormi somme di denaro provenienti da una colossale «Tangentopoli nera», durata tutto il ventennio fascista, che coinvolgeva gerarchi fascisti, la nobiltà filo-fascista e i regnanti Savoia che, con il re Vittorio Emanuele III, avrebbe nascosto circa 1.638 miliardi di lire a gerarchi come Grandi, Farinacci e Marinotti.

Al punto due si legge: «L’avvocato Meyer, faccendiere delle banche svizzere, si servì del consulente finanziario del Duce per stornare all’estero i profitti della compagnia petrolifera Ipsa».  L’azienda era stata requisita nel 1940 da Mussolini e i fondi, invece di finire nelle casse dello Stato, costituirono il tesoro del Duce.

Un altro rapporto dell’Oss, la Cia degli anni ’40, indica le modalità utilizzate dal Duce per nascondere capitali all’estero assieme a Galeazzo Ciano, suo genero poi fucilato a Verona. Sotto l’intestazione Hjalmar Schacht si legge: «E stato riferito in modo attendibile che Hjalmar Schacht, della Reich- bank [la banca centrale tedesca sotto il nazismo], fu in segreto contatto tra il 1937 e il ’41 con un avvocato, L.F. Meyer, i cui uffici sono in Aldigens-Wildertstrasse, 6 a Lucerna. (…) Meyer – prosegue il documento – fu usato come copertura da Castiglioni, un banchiere viennese, consigliere finanziario personale di Mussolini. Lo scopo di questa copertura fu quello di nascondere gli investimenti di danaro nella raffineria di petrolio grezzo (Ipsa) appartenente a Mussolini, Ciano e allo stesso Castiglioni».

Nel documento 650.3/SH-O del 4 aprile 1945, indirizzato al segretario di Stato americano, sotto la voce Fuga di capitali italiani, si legge: «Il Dipartimento ha ordinato una indagine per confermare un rapporto dell’agenzia sovietica Tass, riguardante una grossa somma di danaro e altri valori che sono stati trasferiti nelle banche svizzere da Mussolini e dai suoi complici».

Il professor Mauro Canali, autore di una ponderosa ricerca intitolata Il delitto Matteotti, aveva dichiarato che il documento in cui è citata l’Ipsa, è di notevole importanza storica. Si tratta infatti di docuemnti che erano stati indirizzati al segretario di Stato americano da Allen Dulles, capo dell’Oss in Europa, che operava prevalentemente in Svizzera proprio in quegli anni.

Ma la cosa più sorprendente è che la Ipsa, nella quale Mussolini aveva forti interessi, altro non è che la Siap, ovvero la filiale italiana della Standard Oil americana, requisita dal Duce come bene appartenente a Paese nemico.

Viene dunque dimostrata una inquietante continuità degli interessi personali di Mussolini, nel petrolio, che vanno dal delitto Matteotti alle ultime fasi della Repubblica di Salò.

I figli di Matteotti riconoscevano l’ipotesi che, dietro l’omicidio del padre, vi fosse il timore che il deputato socialista stesse per rivelare i retroscena dello scandalo Sinclair Oil, una compagnia prestanome della Standard Oil, cui Mussolini aveva confermato il monopolio della commercializzazione in Italia dei prodotti petroliferi, ma cui aveva anche concesso i diritti esclusivi per lo sfruttamento dei giacimenti rinvenuti in Italia, accompagnando tutto ciò con una serie incredibile di agevolazioni fiscali.

Questa documentazione altamente attendibile ed indiscutibile, porta a pensare che fosse stato Mussolini, che aveva intascato tangenti direttamente da questa operazione, a ordinare l’eliminazione del deputato socialista. Il fatto che gli americani avessero individuato nella Ipsa la società con la quale Mussolini gestiva i profitti dell’estrazione del petrolio conferma un dato importante del consolidamento della sua posizione personale e del movimento fascista.

Il famoso tesoro del Duce, dunque, non è una leggenda, né può essere individuato nella paccottiglia conservata per 50 anni nei sotterranei del ministero del Tesoro.

Il «bottino» vero sarebbe al sicuro nei forzieri elvetici e in quelli argentini, soldi dei cittadini italiani che non è mai ritornata nel nostro Paese e sulla quale nessuno potrà mai mettere le mani.

Le somme custodite in conti cifrati, infatti, sono state assorbite dalle banche dove vennero depositate e dove nessuno ha mai potuto reclamarne la proprietà.

Nel 1997, infatti, ben quattro incendi hanno distrutto buona parte dei documenti consegnati dagli svizzeri agli Stati Uniti e conservati negli archivi americani. E il sospetto fondato è che dietro gli incendi vi sia la mano delle banche elvetiche che, dopo aver mantenuto per anni un atteggiamento di durissima chiusura nei confronti di quanti chiedevano di conoscere i nomi degli intestatari dei conti correnti, erano state messe con le spalle al muro e avrebbero dovuto restituire il denaro ai legittimi proprietari, come accaduto per gli ebrei

Nel caso del Duce, allo Stato italiano. Gli incendi hanno distrutto ben ottomila casse di documenti; ne sono rimaste solamente 3.500.

A causa di questo, si sono riuscite a dimostrare almeno tre tangenti sicure: una prima di quasi 40 miliardi di lire versate dalla Standard Oil ad Arnaldo Mussolini, fratello del Duce; e una di 750 mila lire (circa un miliardo nel 2000) fatta passare per donazione a un istituto per ciechi.

In una lettera del commissario straordinario delle Ferrovie, incaricato di vendere i residuati bellici della prima guerra mondiale, rivolta a Mussolini si legge:

“Le 250 mila lire [circa 400 milioni attuali, ndr] che ebbi a consegnarvi poche sere or sono provengono da una vendita di materiali esistenti in magazzini di corpo d’armata”.

Un documento riservato del dicembre 1944, riguardante un’informativa sui conti e gli investimenti in Argentina di esponenti di spicco dei regimi dell’Asse, si fanno i nomi dei gerarchi nazisti Eckhart Neumann, Goering, Von Ribbentrop, ma anche di Ciano e della figlia del Duce, Edda: «Un ufficiale dell’ambasciata fu informato da una fonte attendibile che il governo argentino, nel corso di una indagine fiscale sulla società tessile Denubio, scoprì che il capitale della società era intestato a Galeazzo Ciano e al generale tedesco Guderian. Viene anche riferito che, sebbene il capitale fosse di 2 milioni di pesos. la società ebbe poi un profitto di 9 milioni durante l’ultimo anno fiscale».

Probabilmente, l’Argentina, era stata scelta per riciclare i soldi trafugati agli italiani perché all’epoca era un Paese florido (tanto da chiamarlo il “granaio del mondo”) e, oltre ad ospitare molti italiani, era disponibile a dare asilo ai gerarchi nazisti fuggiti dalla Germania dopo il tracollo del regime e a reinvestire i capitali in fondi comuni che ne moltiplicassero il valore.

Questo il grande scandalo per cui morì Matteotti e che, ancora oggi, ci si trattiene dal parlarne.

Questa storia ci ricorda che antifascismo è anticapitalismo e non può essere solo un fenomeno folkloristico.

 

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