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CANTON MOMBELLO

Canton Mombello o più precisamente la Casa Circondariale Nerio Fischione, è il carcere di Brescia ed è tristemente noto per essere uno dei peggiori d’Italia.

Ci vogliamo soffermare sul tema carcere oltre che per capire meglio la particolare situazione di Canton Mombello, anche perché gli “istituti di pena” sono stati per più di un secolo il luogo principale dove vengono rinchiusi i nemici dello Stato: antifascisti, antirazzisti, militanti delle lotte sociali e ambientali, migranti, poveri, ultras, … insomma chi non può o non vuole vivere una vita omologata ai dettami dei sistemi autoritari che si sono susseguiti nel tempo.

Attualmente le leggi prevedono pene draconiane anche per reati di poco conto (pensiamo al testo unico sulle droghe ad esempio) e si continua, nonostante da più parti si lavori per superarlo, a mettere il carcere, la reclusione, la cella, al centro del sistema “giustizia”. Ovviamente una tale impostazione carcerecentrica non può che produrre violenze, che in troppi casi sono sfociate in tragedie (pensiamo al caso Cucchi).

Canton Mombello è il protagonista bresciano di questa storia di repressione essendo stato inaugurato nei primi anni del ‘900 e subito utilizzato per rinchiuderci centinaia di giovani che, nei primi anni del secolo, lottavano per il salario prima e contro la guerra poi.

Nel periodo fascista la sua natura di luogo dove rinchiudere gli oppositori al regime emerse come mai prima: la sua capienza esplose fino a raggiungere i 1.000 reclusi (su 300 posti) con un’intera sezione dedicata ai detenuti “politici antifascisti”. Tra loro il futuro sindaco democristiano Bruno Boni, la staffetta Agape Nulli che a Canton Mombello venne interrogata da Erich Priebke e il comunista Leonardo Speziale, protagonista di un’evasione di massa organizzata nel luglio 1944.

Anche dopo la fine della guerra, in un’Italia formalmente democratica, il carcere bresciano continuava a essere luogo di detenzione non solo per “detenuti comuni” ma per molti “politici” come testimonia l’attività del Comitato di Solidarietà Democratica, un organismo di assistenza legale, economica, morale per detenuti di Canton Mombello incarcerati per reati “politici e sindacali”, creato dal panettiere socialista e partigiano Bigio Savoldi (anch’esso incarcerato in gioventù per aver partecipato come militare alle manifestazioni per la pace del 1917).

Per capire meglio la realtà carceraria bresciana di oggi e poter offrire spunti a chi è fuori e vuole portare la sua solidarietà dobbiamo partire domandandoci; chi sono i 350 reclusi attuali del “Nerio Fischione”?

Per metà italiani per metà stranieri (spessissimo senza documenti di soggiorno).

Per metà di in attesa di un giudizio e quindi presunti innocenti.

Per metà accusati o condannati per un reato legato a reati di droga o contro il patrimonio (furti, ricettazione) mentre una minoranza è “dentro” per reati contro la persona (omicidi, lesioni, violenze, stalking). Rari (ma non inesistenti) i casi “politici”. Rari (seppur in aumento) anche i reclusi per reati “da colletti bianchi”.

Nella stragrande maggioranza sono persone povere economicamente e con problematiche di droga, alcool o sofferenze psichiche.

Una situazione simile a quella che si trova in ogni “Casa Circondariale” del Nord Italia.

In questa cornice, stabilizzata nella sua assurda normalità da almeno 20 anni, si è inserita l’emergenza covid che, dopo le rivolte di marzo 2020 (che però non han coinvolto Brescia) ha prodotto, nel generale peggioramento delle condizioni detentive, alcuni risultati positivi che andrebbero mantenuti anche in caso di uscita dall’emergenza sanitaria: la possibilità di telefonare, senza limitazioni di tempo e numero di telefonate, ai propri cari all’esterno; la possibilità di videochiamare i parenti lontani (anche all’estero) sostituendo la videochiamata al colloquio in presenza e soprattutto un più massiccio uso delle misure alternative al carcere.

Se queste opportunità nate per mitigare la rabbia e consentire la gestione della pandemia nei territori più colpiti dal virus NON saranno confermate e formalizzate, tutti i sacrifici subiti dai detenuti (mancanza di contatti fisici con i cari, limitazione nei pacchi dall’esterno, chiusura di molte attività ricreative, impossibilità di incontro con i volontari esterni, chiusura dei lavori fuori dal carcere, lunghi periodi di isolamento sanitario per sospetti covid positivi, blocco dei trasferimenti per avvicinarsi a casa) non lasceranno nessuna eredità positiva.

A Brescia, dalle testimonianze da noi raccolte, si è organizzato un sistema di videochiamate efficiente da un punto di vista tecnologico ma ancora inadeguato nei tempi e nel numero di postazioni, mentre è già terminato il periodo in cui, spinti dall’emergenza sanitaria, sono stati quasi azzerati i nuovi ingressi per “custodia cautelare” (sono quelli decisi direttamente dalla polizia o dai carabinieri e poi confermati dai giudici) ed effettuate almeno cento scarcerazioni “veloci” mettendo le persone ai domiciliari. Se si poteva fare allora perché non lo si può fare sempre?

Certamente servirebbe un forte movimento esterno, capace di coinvolgere i famigliari dei detenuti, per chiedere di mantenere le piccole ma importanti conquiste del periodo covid, per ribadire che l’uso del carcere deve diventare marginale, cioè scarcerando le persone in misura cautelare e con condanne per reati “minori”, che se la capienza, decisa dal Ministero è di 220 persone, non può essere continuamente superata senza che nessuno se ne senta responsabile. Il principio elementare deve essere: se non c’è posto non si entra in carcere.

Dovremmo anche riuscre a riflettere su come fare una critica politica incisiva a questa “istituzione totale”, partendo dal presupposto che la “rieducazione” non è possibile in una situazione di privazione delle piu’ elementari libertà e che lo stesso termine non ha senso in una prospettiva di cambiamento radicale della società

E poi, ne siamo convinti, lottare per la chiusura di Canton Mombello perché è un carcere vecchio e ormai fuori dal tempo ma NON per costruirne uno fuori dalla città.

Chiuderlo e basta.

 

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