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2006 Corso Buenos Aires

Correva l’anno 2006. 11 marzo 2006 -11 marzo 2021.

Sono passati quindici anni da quando l’antifascismo militante si riprese la piazza dopo l’ennesima provocazione dei boneheads, in questo caso della Fiamma Tricolore.

Nei primi anni duemila l’aria era pesante, i nazi si erano riuniti sotto le insegne di Fiamma Tricolore di Romagnoli. E quando dico nazi, intendo i boneheads ultras di Roma e Lazio di Base Autonoma di Maurizio Boccacci, il Veneto Fronte Skinheads di Puschiavo e quello che restava di Azione Skinheads di Duilio Canu a Milano, più altri elementi da tutta Italia. Celebrarono la marcia su Roma con colonne di veicoli. Prima di uccidere Dax, gli Irriducibili della Lazio ammazzarono, a botte e bastonate, un ragazzo marocchino, reo di aver molestato le loro ‘donne’. Cinque contro uno, un classico.

Cominciarono o ricominciarono gli attacchi contro i centri sociali: penso al Barattolo di Pavia, Al Forte Prenestino a Roma, al Vittoria a Milano e anche al Magazzino 47 a Brescia. Continuò lo stillicidio di aggressioni ai militanti della sinistra istituzionale o meno con le botte, le bastonate e gli accoltellamenti.

In questo clima Fiamma Tricolore, a febbraio del 2006, dichiarò di voler indire una manifestazione nazionale a Milano e la tenne l’11 marzo.

Una provocazione vera e propria. Per la sinistra istituzionale perché non voleva far sfilare i fascisti in una città medaglia d’oro per la Resistenza come Milano, per i più radicali, come me, per lo stesso motivo, aggravato dal fatto che cadeva a pochi giorni dal terzo anniversario dell’assassinio fascista di Dax. Era inaccettabile.

Si promossero assemblee e si decise di dare una risposta ‘concreta’ a questo schifo. I promotori rimasero ben presto in pochi, ma ebbero tenacia e proseguirono. Antifascismo militante.

Rimasi un po’ perplesso quando i compagni del Vittoria si chiamarono fuori, erano stati duramente colpiti dai boneheads e non mi capacitai del perché non vollero scendere in piazza con noi. Mi dissero che il livello dell’azione era troppo alto. Ci salutammo con un abbraccio.

Sabato 11 marzo 2006 ci radunammo davanti al Magazzino 47 da poco incendiato circa 30 o 40 compagni. Ci muovemmo in ordine sparso dividendoci tra i tre punti di raduno O.R.So., Transiti e Pergola.

Il mio gruppo si ritrovò in Pergola, sbirri a go-go perché lì vicino c’era una libreria di destra e pensarono che volessimo assaltarla. In quel clima teso, uscimmo tutti a volto coperto e ‘attrezzati’. Avremmo voluto essere comunicativi ma la tensione fu tanta. Lungo il tragitto saltarono le telecamere, un cantiere edile venne cannibalizzato. Arrivammo in corso Buenos Aires c’erano già i compagni dell’O.R.So. Che nel tragitto si “fecero” una gazzella dei CC. Arrivarono i Transiti. Ci ricompattammo e avanzammo verso il mare azzurro dei caschi degli sbirri posizionati a Porta Venezia.

Iniziarono le scritte anticapitaliste sui negozi di marca, le vetrine infrante, le provocazioni. Ci muovemmo all’unisono fino all’incrocio dove c’è il Mc’Donalds. La tensione esplose. Bloccammo l’incrocio. Compagni fecero una barricata con auto di lusso. Altri assaltarono l’ufficio elettorale di AN lì vicino che venne dato alle fiamme. Altri atri devastarono il Mc’ Donald, vuoto.

Sottolineo “vuoto” perché nelle ore e nei giorni successivi, dissero che avevamo attaccato il ristorante pieno di bambini. Il locale era vuoto e dal piano superiore la Digos ci stava riprendendo. Le ‘famiglie’ erano già state evacuate, anche se alcune di esse, invece di andare a casa, si fermarono in strada a filmare quel che accadeva ed esponendosi inutilmente.

Comunque se quel giorno qualcosa poteva andare storto, andò storto.

Bruciammo la barricata di autovetture, mentre bruciava il punto di AN, le fiamme lambirono l’edicola incendiando uno scooter. Il caos. Avevamo pure il vento contro. Non si vedeva un cazzo. Spararono lacrimogeni a pioggia. Non ci rendemmo conto della carica finché non ce li vedemmo comparire davanti e dai lati.

Il corteo si spezzò. Un gruppo girerò verso Mc’Donalds e riuscì a raggiungere la Pergola in breve, mentre gli altri furono costretti a lunghi scontri con gli sbirri. Sembrava Genova, un dejà vu mi scorse nella schiena. Ma Milano non è Genova. Qui i portoni ce li chiusero in faccia, non ci accolsero e fecero la spia alla polizia. Dopo lunga peripezia riuscimmo a tornare ai Transiti e da li alla Pergola.

Fu umano quanto doloroso vedere l’affetto e la solidarietà militante. Alla Pergola mi accolse una ragazza, che non conoscevo, mi ringraziò, si prese cura di me, e alla mia domanda del perché di tutto questo piacevole interesse, mi rispose che le avevo salvato la pelle dicendole di andare in un bar e di non uscire finché non fosse finito il casino. Non la riconobbi e lo feci per tutt*.

A livello politico il casino scaturì dopo l’azione. In Pergola e guardammo i siti d’informazione oltre agli sbirri lì fuori.

Le reazioni furono prevedibili, il centro destra attaccò il governo Prodi accusandolo di essere il mandante dell’azione. Il centro sinistra accusò il colpo e temporeggiò. Intanto arrivarono messaggi di solidarietà. Messaggi critici, non sul motivo ma sul come. E ci stava. Poi gli insulti e ci stavano anche quelli. Poi arrivò la stilettata del Leoncavallo: una pioggia di critiche/insulti e l’affermazione che il giorno dopo sarebbero stati (Daniele Farina ipse dixit) al fianco dei commercianti. Schifati ripartimmo da Milano.

Nota a margine: l’ANPI e altre realtà indissero un presidio statico a 4 km da dove sfilò la Fiamma Tricolore.

Conclusioni: della Fiamma non parlò più nessuno, visto il caos creato. Se ne riparlò verso la fine di marzo quando, per uscire dall’enpasse, il centro sinistra ricordò che nel corteo fiammista si fecero i saluti romani e allora ne vennero indagati /arrestati 15 di Fiamma Tricolore, tra cui Maurizio Boccacci.

Il movimento si lacerò e fu chiaro a tutti che l’antifascismo è ‘patrimonio’ della sinistra, istituzionale e non, finché ci si riempie la bocca davanti a tutti. Quando però lo si trasforma in antifascismo militante, con tutte le sue conseguenze, allora si diventa ‘compagn* che sbagliano’.

Fanculo!

MEGLIO POCHI CHE BUONI

Italia, Milano, scontri in corso Buenos Aires tra forze dell’ordine e giovani antifascisti.

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