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8 MARZO pensieri di compagne e compagni

 

L’otto marzo. E ancora mi sento dire “la festa delle donne” , per loro gentile concessione.Le donne pretendono una giornata per sé… NO!!! Ora basta!L’8 marzo è uno dei tanti giorni nei quali ci impegniamo per cambiare le cose, è un giorno di lotta, non vogliamo la mimosa e nemmeno attenzione. Anzi, basta parlare di noi.

Evitiamo anche di citare il numero di donne uccise, di donne che subiscono violenza, che sono state licenziate, che sono costrette a stare zitte.

Proviamo a cambiare prospettiva. Parliamo di voi: Perchè la violenza di genere è un problema degli uomini. Le donne ne sono vittima, magari ne sono anche complici, ma la violenza la agiscono gli uomini. E’ un problema che dovete affrontare voi.

E’ un problema scomodo da affrontare, vuol dire non stare zitti quando tra colleghi si fa una battuta sul fatto che “quella lì ci sta”, o non ci sta (tanto, sempre troia verrà chiamata): ho detto NON stare zitti, passare per rompipalle.

A cambiare prospettiva, gli articoli di giornale sull’ennesimo caso di violenza, non sarebbero più corredati dalla foto con la donnina piangente e rannicchiata, ma con la foto del marito, normale e irreprensibile, che la mena.

Non è normale far parte di quella fetta di persone che uccide le altre, e non lottare per cambiare le cose.

E vorrei anche un altro cambiamento di prospettiva: discutiamo di chi paga il prezzo del maschilismo, e di chi ci guadagna. Ok, le donne e le soggettività Lgbtq+ pagano il prezzo più alto, sempre e comunque, ed essere oppressi stando dallo stesso lato di chi ha più potere è più facile.

Ma la violenza di genere è un problema di chiunque voglia un mondo senza oppressione, il patriarcato è uno dei piloni portanti del capitalismo, che non potrebbe reggere in un mondo senza discriminazione di genere (come non potrebbe reggere senza razzismo).

Non starebbe in piedi senza il lavoro di cura gratuito, non starebbe in piedi senza la valvola di sfogo della violenza domestica, non potrebbe reggere se la mentalità non fosse forgiata, fin dall’asilo, sull’idea che qualcuno vale di più di qualcun altro, e che il tuo personalissimo modo di essere può essere considerato sbagliato.

8 marzo: lottiamo, e abbattiamo la gabbia che ci imprigiona tutte, tutti e tuttu

G.

Compagne/i, non sono riuscita a scrivere un mio testo per oggi, ma in poche righe la Goldman è in grado di racchiudere quella fiaccola che mi ha sempre guidata da donna e da compagna, oggi lotto perché ho sempre dovuto lottare, perché non mi sono mai arresa e perché con le mie compagne e i miei compagni intravedo sempre il sol dell’ avvenir …

 

“La storia ci ha insegnato che ogni classe oppressa ha ottenuto la sua liberazione dagli sfruttatori solo
grazie alle sue stesse forze. È dunque necessario che la donna apprenda questa lezione, comprendendo che la sua libertà si realizzerà nella misura in cui avrà la forza di realizzarla. Perciò sarà molto più importante per lei cominciare con la sua rigenerazione interna, facendola finita con il fardello di pregiudizi, tradizioni e abitudini. La richiesta di uguali diritti in tutti i campi è indubbiamente giusta, ma, tutto sommato, il diritto più importante è quello di amare e di essere amata. Se dalla parziale emancipazione si passerà alla totale emancipazione della donna, bisognerà farla finita con la ridicola concezione secondo cui la donna per essere amata, moglie e madre, debba comunque essere schiava o subordinata. Bisognerà farla finita con l’assurda concezione del dualismo dei sessi, secondo cui l’uomo e la donna rappresentano due mondi agnostici. (Emma Goldman)”

V.

 

Credo di voler dedicare la giornata di oggi agli uomini che amo. Perché a loro non mi rivolgo mai.

A mio padre che non gradendo lo sport che praticavo non ha mai tifato per me.

Mi ha insegnato ad avere uno sguardo sul mondo, a tendere la mano ai più deboli, ad aggiungere un posto a tavola agli sconosciuti, che la destra fa schifo, e la sinistra va bene, perché si è scordato di avvertirmi che sin da bambina avrei dovuto lottare contro il patriarcato.

Al mio compagno che partecipa con me alle iniziative femministe e al contempo non interviene per correggere il linguaggio di colleghi e amici.

Perché crede di “essere dalla nostra parte” ma si vergogna ad affiggere nello spogliatoio in fabbrica un volantino in supporto allo sciopero femminista internazionale oggi.

A mio nonno ultranovantenne circondato solo da donne in famiglia.

Ad un certo punto ha dovuto imparare a cucinare, a fare la spesa e guardare lo sport al femminile in tv.

Ho sentito l’orgoglio di essere autosufficiente, la fierezza di un nuovo traguardo raggiunto ma mai è trapelato il senso del giusto dividersi i compiti in casa.

Al mio migliore amico che con me credeva in un altro mondo possibile, che proteggeva dalle gomitate tutte le ragazze nel pogo ai concerti e che mi ha sempre offerto da bere perché mi sapeva squattrinata.

Un giorno ha consegnato lettere di licenziamento a moltissime donne anni fa.

Perché non ha pianto con me, con loro, perché non ha ribaltato il tavolo per raggiungere il presidio.

Erano madri, nonne, figlie, sorelle. Come le donne della sua famiglia. Come me.

Al “mio” Partigiano che riprese le armi dopo il 25 aprile.

Ha raccontato la forza dei suoi compagni partigiani di Santa Libera e la gentilezza delle donne che li hanno aiutati. Una vita nelle lotte in fabbrica, nella piazza, nel partito.

Eppure nessuna donna al centro dei suoi ricordi.

Ai compagni di pezzi di strada percorsi insieme nelle lotte, con tante birre in mano.

Dovevo essere come loro per farmi ascoltare. Forte, spavalda, senza dolori, reattiva, onnipresente, sportiva, sempre al gioco. Allo stesso tempo, si aspettavano il tratto femminile dunque disponibile, accogliente e generosa.

Perché non hanno mai chiesto come portare avanti insieme la lotta contro patriarcato e capitalismo? Perché si sono sentiti apposto astenendosi dal fare per quel giorno. Una concessione di spazio e tempo? Potranno mai guardarsi intorno senza disagio l’8 marzo e in ogni altra giornata dedicata alla lotta femminista?

Quando verrà il tempo di accorgersi che se non comprendiamo che le lotte tutte si intersecano e ci devono vedere protagonisti?

A voi dunque uomini della mia vita, oggi è un giorno di lotta per tutte e tutti, almeno per noi che crediamo di voler cambiare le attuali condizioni eliminando discriminazione, oppressione e logiche del potere del capitale.

S.

Sono stato indeciso fino ad ora, mi sono sorti pensieri troppo personali e non voglio e posso condividere, se non in una piccola parte, eccola: -Ieri ho trafficato a lungo, e senza successo, alla ricerca della lucidità e della forza per dare un mio modesto contributo alla questione femminile. Un argomento che ricordiamo sempre a ridosso di una ricorrenza istituzionalizzata e troppo spesso intrisa di retorica. Noi uomini dimentichiamo o colpevolmente rimuoviamo, che la rivoluzione (in senso marxista) comincia nella nostra casa e parla il linguaggio della lotta delle donne. Esse sono il cardine del sistema di produzione capitalistica -hanno l’esclusiva della produzione della forza lavoro-, subiscono lo sfruttamento più brutale sia dal capitale che dal patriarcato. Essere travolti da consolatorie retoriche di circostanza è un attimo, tutto concorre perché questo avvenga. Forse sarebbe meglio il silenzio e avviare una profonda introspezione personale e non solo politica, soprattutto di noi esseri umani di genere maschile. Una questione che ci riguarda tutti e non solo per la violenza sulle donne, ma per l’idea di società e di mondo che vorremmo per tutti.
Tutte le donne della mia famiglia d’origine hanno avuto un destino tragico, vittime di pregiudizi, aggressioni sessuali, discriminazioni sociali; alcune hanno lottato tutta la vita, sempre ai margini della società borghese, altre hanno ceduto al sistema, ma tutte hanno pagato il prezzo massimo, come Adalgisa Conti.
R.

 

ANTIFASCISMO E’ ANTISESSISMO

Il titolo di questo scritto dovrebbe essere una specie di “parola d’ordine”, una di quelle parole che aprono la porta a chi bussa, e l’anticapitalismo il contenitore politico che la racchiude.

Avere come riferimento politico questo passaggio credo sia fondamentale per ogni antifascista.

Il discorso politico istituzionale e riformista si basa sulla concezione di “protezione” della donna,
dove si ripropone il vecchio, anzi antico, vizio di pensare che la “gentil donzella” sia un’ essere da difendere, un po’ come si fa con la proprietà.

Credo che si debba tener presente come il sessismo, esplicato in tutti i modi, volontari o meno, sia una componente importantissima dello sfruttamento e come il potere lo utilizzi per rigenerare se stesso e presentarsi come il “potere buono” e il “buon padre di famiglia”.

Il fatto che sia involontario è, forse, anche peggiore di quello volontario, perchè palesa come fattore culturale la differenza di genere, ed è proprio questo che serve al potere per rigenerare se stesso.

Come anarchico, ritengo sia proprio questo il problema di fondo quando, anche tra compagne/i, si sviluppano dinamiche di rapporti di forza che, pur esulando dallo specifico, fanno rientrare dall’altra porta le prerogative del potere e credo che quello che dovremmo riuscire a fare è quello di rendercene conto prima che tutto questo si sviluppi e per farlo dobbiamo intraprendere un lavoro culturale, sopratutto individuale ma no solo, per evitare di ricascarci ogni volta.

Un ‘altro aspetto da combattere è quello del patriarcato che , purtroppo, è insito nel profondo culturale di ogniuno (anche di chi si ritiene immune da tutto questo per il fatto di avere sensibilità diverse) e anche qui serve un lavoro culturale importante perchè va ribaltato il concetto che il “padre” è anche “padrone”.

Credo che tutti noi dovremmo provarci, anche se è una lotta lunga e molto difficile ma, come la storia insegna, la libertà costa cara..molto.

Buon 8 Marzo

L.

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