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8 MARZO: UNA GIORNATA DI LOTTA FEMMINISTA CONTRO IL CAPITALISMO!

Violenza sulle donne, un fattore strutturale tra genere e violenza economica
In questi anni i media hanno continuato a parlare della violenza sulle donne in modo retorico proponendo una visione in senso unico dell’immagine passiva della figura della donna che in quanto vittima di violenza deve essere, in un qualche modo, salvata. Di questa retorica salvifica e compassionevole non abbiamo bisogno perché spesso funge da arma a doppio taglio: non deve passare il messaggio che una donna sia vittima da piangere soltanto se “nulla ha fatto per meritarselo”, “era una così brava ragazza”, “una moglie modello”. Tutte le donne che subiscono violenza e omicidi sono donne che presumibilmente hanno urtato un uomo per come vivono, perché provano ad emanciparsi, perché lottano volontariamente o meno contro un modello che le schiaccia o viola la propria libertà di essere.
Ormai è noto che la violenza sulle donne è un fenomeno interclassista che colpisce le donne di tutte le classi sociali da parte degli uomini di tutte le classi sociali. Ciò non basta a definire il fenomeno.
La violenza sulle donne è un problema esclusivamente maschile e che fonda le sue radici non nell’emergenza, come spesso ci viene fatto credere, ma nella struttura economica e di potere. La violenza sulle donne è un fattore strutturale che non deve essere analizzato in modo unilaterale ma in modo intersezionale. Questo lo spiega bene Nancy Fraser in “Femminismo del 99%”, in cui afferma che la violenza sulle donne è il connubio tra patriarcato e capitalismo, spiegando come le strutture economiche e le stratificazioni culturali generano politiche e comportamenti penalizzanti nei confronti delle donne.
Un dato ormai conclamato è che la violenza sulle donne ha origine nella violenza economica, tipica del capitalismo e del neoliberismo. Un esempio, nel passato ma anche nel presente, è sicuramente l’India in cui, con la “Rivoluzione Verde” che ha portato alla monopolizzazione ed alla espropriazione delle economie locali a discapito della popolazione introducendo l’industrializzazione dell’agricoltura, ha portato un drastico aumento della violenza sulle donne. Nel 2013, l’ecofemminista indiana Vandana Shiva scriveva:
“I casi di stupro e quelli di violenza contro le donne sono aumentati negli anni. L’Ufficio Nazionale del Registro dei Crimini (NCRB) ha riferito 10.068 casi di stupro nel 1990, passati a 16.496 nel 2000. Con 24.206 casi nel 2011, i casi di stupro hanno compiuto un balzo incredibile dell’873% dal 1971, quando il NCRB ha cominciato a registrare i casi di stupro. E Delhi è emersa come la capitale indiana degli stupri, rappresentando il 25% dei casi.
Il movimento per fermare questa violenza deve essere appoggiato fino a quando non sia fatta giustizia per ognuna di queste figlie e sorelle che sono state violentate.
E mentre intensifichiamo la nostra lotta per la giustizia per le donne, dobbiamo anche chiederci perché i casi di stupro siano aumentati del 240% rispetto agli anni ’90, quando sono state introdotte le politiche della Nuova Economia. Dobbiamo esaminare le radici della crescente violenza contro le donne.
Può esistere un collegamento tra lo sviluppo delle politiche economiche violente, imposte in modo antidemocratico, ingiusto e iniquo e l’aumento dei crimini contro le donne?
Io credo che esista.”
Questo è l’esempio dell’India, un paese in via di sviluppo che ha una crescita economica del 9% annuo. Una crescita di cui beneficiano in pochissimi e al contempo le classi lavoratrici e di agricoltori sentono il peso della globalizzazione neoliberista. Questa presa di coscienza ha portato allo sciopero nazionale del 4 dicembre 2020 contro le politiche neoliberiste del governo di destra di Narendra Modi: lo sciopero più grande del mondo con circa 250 milioni di manifestati tra contadin*, agricoltor* e lavorator* pari al 3,5% della popolazione mondiale.
Anche in Europa la situazione non cambia. La violenza economica colpisce lavoratori e lavoratrici, ma soprattutto quest’ultime e a dimostrarlo sono i dati Istat sull’occupazione a dicembre 2020, affermando che la crisi economica innescata dalla pandemia di coronavirus non ha colpito tutti allo stesso modo. Su 101 mila posti di lavoro persi, 99 mila erano occupati da donne peraltro già in regime di precarietà, part-time involontari da anni.
In Italia si aggiunge l’assenza dei servizi destinati alle famiglie tra assistenza agli anziani, disabili e figli.
Questo vuoto si riversa inevitabilmente sulle donne che si dedicano al lavoro di cura gratuitamente e quotidianamente. La pandemia ha esponenzialmente caricato le donne della gestione dei propri cari non autosufficienti.
La scelta politica di non prevedere i servizi, considerati unicamente un costo per lo Stato, risponde alla logica del profitto. Laddove non c’è guadagno anche lo Stato non investe, con il risultato che alle donne resta da svolgere lavoro anche in casa.
Le donne vivono condizioni di lavoro caratterizzare della precarietà e spesso dal ricatto dei datori di lavoro. E’ ostacolata la carriera in molti casi anche per i carichi di famiglia.
Spesso sono impiegate in settori che devono garantire i servizi essenziali come sanità, sanificazione ecc.
Anche allo strumento dello sciopero dunque è più complicato ricorrere quindi.
Ad ogni modo, in tutto il mondo, le donne protagoniste delle lotte hanno ottenuto visibilità.
Non una di meno, i movimenti in Latino America, in Argentina pro legalizzazione dell’aborto, vertenze sindacali come quella della Invatec nella provincia di Brescia, dimostrano che la strada della lotta è quella da percorrere ancora e sempre di più.
Per questa ragione l’8 marzo non deve essere considerata una festa ma la giornata internazionale della donna: una giornata di lotta politica femminista e anticapitalista.

Rete antifascista di Brescia

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