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“Zoom-bombing”: lo squadrismo neofascista 2.0 nel mondo virtuale

Intercettiamo questo fenomeno da circa un anno. In particolare la prima occasione risale a quando i neonazi tedeschi si infiltrarono su zoom per contestare un’iniziativa sulla Shoah. Da allora si è diffuso a macchia d’olio anche in Italia, soprattutto durante la l’emergenza sanitaria in cui le piattaforme e i social sono diventati spazi fondamentali in cui organizzare iniziative politiche e culturali, essendo impossibile organizzare dal vivo qualunque attività.

Lo “zoom-bombing” si attesta come una nuova forma di squadrismo i cui membri, affiliati ad organizzazioni neofasciste, irrompono per contrastare iniziative culturali e politiche online diffondendo messaggi razzisti, xenofobi, omofobi, antisemiti o islamofobici. Una delle prime ad essere colpita è stata la Comunità Ebraica nei primi giorni di quest’anno. Durante la presentazione del libro dal titolo «La generazione del deserto», organizzato online dal Centro di studi ebraici, l’autrice e giornalista ebrea Lia Tagliacozzo ha subito l’incursione di una decina di persone che, per alcuni minuti, hanno sbandierato svastiche, aquile del Terzo Reich, il volto di Adolf Hitler e una serie di invettive urlate al microfono come «Ebrei ai forni», «Vi bruceremo tutti», «Dovete morire».

Lo stesso trattamento è stato indirizzato al Professor Raffaele Mantegazza durante una lezione a distanza sulla Giornata della memoria, in cui un partecipante si è connesso a Zoom inserendo, come foto profilo, il volto di Hitler. Poi sono susseguite frasi antisemite, insulti e bestemmie che l’hanno costretto a interrompere la lezione. Ovviamente l’intento è quello di colpire un determinato campo di studi, in questo caso per l’appunto una materia come la Shoah, di cui il Professor Mantegazza si occupa di da anni.

Non sempre tuttavia, puntano realtà legate ad una certa memoria storica. Spesso prendono di mira il mondo dell’associazionismo, come è successo a metà dicembre 2020 durante la presentazione online del progetto Tempo Curioso che agisce sul contrasto alle povertà educative in Val di Susa. La tecnica è ormai sempre la stessa: iscrizioni con email e nomi falsi per non farsi identificare, appuntamento su Internet e un centinaio i partecipanti davanti al monitor di casa, con il fine che un numero più alto di utenti possa assistere al proprio blitz squadrista. Questi «fascisti 2.0» puntano sempre più all’hackeraggio degli eventi, oscurare gli schermi per poi far comparire svastiche ed incursioni audio in elogio al Duce.

Anche sul territorio bresciano è un fenomeno sempre più presente con tre episodi nel giro di sole poche settimane, tra queste l’irruzione nell’Assemblea Precongressuale online di Sinistra Italiana di Brescia di una quarantina di profili che hanno sfoggiato insulti, marcette fasciste, svastiche, video del Duce e slogan sessisti, antimeridionalisti e xenofobi, interrompendo la discussione.

Questa pratica è associabile all’“operazione” di qualche anno fa con la quale i fasci si davano appuntamento agli eventi lanciati dai militanti antifascisti e, mettendo in ambasce l’organizzazione su Facebook, si organizzavano per le spedizioni, esattamente come si verificò al Cow Fest a Paderno qualche anno fa.

L’attacco è sempre violento, puntuale e volto ad un pressing psicologico per intimorire chi partecipa e chi intende impegnarsi politicamente. Il messaggio che si vuole direttamente trasmettere è quello di minaccia: “ti intimorisco ora che hai davanti uno schermo, chissà quando saremo liberi di tornare in piazza”.

Senza dubbio, questo tipo di violenza è funzionale e complementare agli strumenti coercitivi della repressione operati dagli sbirri nelle piazze: disincentivare la presenza alle manifestazioni e alle iniziative pubbliche, impedire alla gente di esporsi e parteggiare per quei valori antifascisti che di certo non appartengono alla polizia e ai fascisti. Si colpisce non il militante, a cui prudono le mani al solo sentire certe frasi ripetute ad alta voce, ma si cerca di colpire la gente comune.

Chi è interessato ad un argomento storico-culturale ed ascolta la presentazione di un libro, di un progetto o assiste ad un dibattito, oggi rischia di essere tramortito dalla sberla di quella voce aggressiva, disgregante, demotivante e volgare che invade lo spazio comune.

La carica di violenza del fenomeno sta nel fatto che l’autore irrompe senza preavviso nello schermo del pc o smartphone, verosimilmente tenuti sulla propria scrivania, appoggiati sulle gambe, sul divano o nelle mani, soprattutto nell’intimità della propria abitazione. Un tipo di squadrismo reso inavvertitamente così scioccante perché entra nelle proprie case, rovinando la dimensione che ognuno si è creato per partecipare a distanza ad un evento politico o culturale.

L’obiettivo di questi atti squadristici è mettere a tacere il relatore, imbarazzare e intimorire gli organizzatori e creare panico tra gli utenti. Dunque, le vittime di tale fenomeno sono più soggetti: chi ha organizzato l’evento, chi sta relazionando, chi ascolta.

Questa forma di violenza è sicuramente più impattante della classica irruzione fisica in un Consiglio comunale o in una altra istituzione pubblica e denota un certo livello di capacità tecnica, di costanza nel monitoraggio delle nostre iniziative, di spavalderia, di poca fantasia, nessuna lungimiranza e certezza di impunità. Un’azione che potrebbe essere scordata più facilmente, in quanto evento relegato al mondo parallelo dei social, e per questo considerata meno invasiva? È certamente un mezzo immediato e a costo zero, a meno che qualcuno non denunci l’atto presso la polizia postale, ma che in seguito sarebbe intercettato di sicuro.

Istintivamente chi tra di noi l’ha vissuto o meglio subito, nel descriverlo l’ha associato all’immagine violenta della libreria del Magazzino 47 che bruciava per fuoco fascista poco tempo fa.

Potrebbe essere, lo zoombombing, una pratica proponibile ed attuabile da sinistra? Non crediamo, per diverse ragioni. Sicuramente perché non è una forma di contrasto adrenalinico e conflittuale, ma una modalità folkloristica per intimorire; per riluttanza, poiché non staremmo un secondo in incognito in compagnia della platea di fasci in attesa dell’avvio della loro iniziativa; perché  abbiamo altri concetti e mezzi per la lotta politica.  Per questo non riteniamo possa essere la nuova forma di “banchetto dis-informativo ribaltato”!

La piazza e la strada sono nostre.

Un senso di appartenenza ci lega a questi luoghi.

Lo spazio web è il simbolo del virtuale e non della realtà materiale.

Il web è uno strumento, non un luogo della lotta politica!

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