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Stato e monopolio della violenza – 1960 Genova


L’omicidio, premeditato dal sistema statale di controllo sociale, di George Floyd ci obbliga ancora una volta a riflettere  sul monopolio della violenza da parte dello stato e sulle sue spietate modalità di applicazione. La violenza dello stato, attraverso i suoi organismi deputati ad attuarla (corpi di polizia, esercito e polizie locali e private), è legittimata dalla concezione borghese delle istituzioni.  L’istituzionalizzazione della difesa del “patrimonio collettivo” (dei padroni dunque), materiale e ideologico/morale, “obbliga” lo stato a reagire con violenza fisica e psichica (come il Cointelpro in Usa) totale ogni qual volta si manifesti una resistenza illecita per il sistema. Ma l’illecito è arbitrariamente stabilito dalle leggi del capitalismo e quindi ogni forma di dissenso e rifiuto della dittatura del Capitale innesca la repressione violenta. Le manifestazioni nel mondo per l’uccisione di George Floyd hanno segnato un importante momento di presa di coscienza generale della discriminazione razziale e messo a nudo un sistema secolare di sfruttamento e segregazione, ma non sappiamo se avranno un seguito o se si spegneranno man mano che lo sdegno si stempererà nelle consolatorie concessioni del potere raccontate dai mezzi di comunicazione di massa. Diventerà coscienza di classe e non solo estemporanea protesta antirazzista? Chissà?

Coscienza di classe che si ritrovò a fare i conti con il monopolio della violenza da parte dello stato esattamente sessant’anni fa, il 30 giugno 1960, con il governo Tambroni a Genova, mentre protestava contro la decisione provocatoria di svolgere il congresso del Msi in quella città medaglia d’oro della resistenza. In quell’occasione, in un centro blindato con grate e filo spinato, come per il G8 del 2001, centomila manifestanti sfilarono contro il congresso fascista. La manifestazione si svolse senza incidenti, ma alla fine, mentre il corteo si stava disperdendo, la polizia provocatoriamente azionò gli idranti contro i manifestanti, ormai seduti a riposare, e scatenò i caroselli di camionette (tristemente auspicati da Scelba in questo video, con tanto di benedizione del vescovo ai celerini, giusto per chiarire da che parte sta la chiesa  https://www.youtube.com/watch?v=2ak8dtPX680).

La reazione degli antifascisti non si fece attendere, in migliaia reagirono alle violenze arbitrarie e ingiustificate della polizia; e i camalli, con le loro famose magliette a righe, rimarranno per sempre un simbolo di quella giornata per aver ribaltato i rapporti di forza in campo; il segretario del sindacato dei marittimi disse:- “…il successo della polizia durò poco, solo un quarto d’ora. Dopo di che ci fu una silenziosa reazione popolare: appena svanito l’effetto dei lacrimogeni, i lavoratori, e i portuali in particolare, iniziarono a tornare verso piazza De Ferrari. Gradualmente la polizia cominciò a ritirarsi perché non riusciva a tenere tutte le strade… e poi, come nel film di John Ford Ombre Rosse, ci fu un urlo immenso nella piazza e da via XX Settembre almeno 5000 manifestanti entrarono in piazza.”

Le relazioni di potere che lavorano, anche con la violenza, alla conservazione di un ordinamento o addirittura all’inasprimento di un regime, a Genova nel ’60 dovettero rivedere le proprie intenzioni e il congresso del Movimento Sociale Italiano non ebbe luogo, ma il clima politico si fece rovente e  tra giugno e luglio 1960 furono uccisi dieci proletari. La rivendicazione del diritto e monopolio della violenza da parte dello stato è sempre un atto politico che si perpetua e ingigantisce di fronte a movimenti organizzati anticapitalisti. La polizia, allora come oggi, picchia e uccide.  E non si ferma, continua a farlo, e non a causa di individui che agiscono in modo abnorme, ma per un mandato dello Stato che difende un sistema di precisi interessi.  Una “giurisprudenza ad hoc”, varata con la complicità di tutte le forze politiche borghesi, fasciste e socialdemocratiche, giustifica politicamente e moralmente ogni efferatezza nella gestione dell’ordine pubblico e repressione del dissenso.   

A Genova nel 1960 si urlava No Pasaran! Oggi urliamo No Pasaran!

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