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28 MAGGIO MENO 12


Tra dodici giorni è il 28 maggio e il contesto politico, mentre aspettiamo di sapere, come e se, potremo vivere politicamente quella giornata, è sempre più denso di interrogativi e incertezze; l’unica certezza è che la narrazione governativa, con la serafica e paternalistica faccia di Conte, sta farcendoci inghiottire un boccone molto amaro e al contempo pretende che diciamo pure che è buono.

La creatività della retorica di regime è sublime, trova nomi consolatori e suadenti per i vari DCPM: l’ultimo è “Rilancio Italia”, roba da ridere. Nel frattempo con i soldati per le strade, oltre che a tutte le altre forze dell’ordine e i mezzi di comunicazione di massa che giustificano tutte le arbitrarietà del regime (il quale ha di fatto esautorato il parlamento, cosa da ventennio), non si sta tutelando salute e gli interessi della gente, dei lavoratori, di tutti insomma, ma si sta facendo una terrificante ristrutturazione del sistema di produzione industriale.

Si stanno imponendo nuove forme di segregazione e di subalternità per uno sfruttamento ancora più efficace di uomini, ambiente e natura. La ridistribuzione della ricchezza rimane un miraggio, verrà dispensata solo miseria e disperazione, mentre la ricchezza, quella vera, rimarrà dov’è sempre stata. All’orizzonte si intravede un solo tronfio vincitore: il capitalismo, che in tutte le sue forme, sta “stilando la sua lista dei desideri“ e dettando le sue regole ai suoi governi.

Il paradosso è che il responsabile del disastro, compresa la pandemia, è chi ne trae criminale profitto con l’approvazione di tutto il cosiddetto sistema democratico. L’altra cosa chiara all’orizzonte è che la riduzione dell’agibilità politica non è temporanea per motivi d’emergenza, ma sarà la nuova normalità.

Ragioniamoci: questa è un’autentica emergenza democratica.

Il proletariato (allargato ormai alla classe media) e tutti gli esclusi dal banchetto capitalista, sono il naturale agnello sacrificale alla sopravvivenza del sistema borghese, che tratta le nazioni come aziende e con politici che si comportano come amministratori delegati (incapaci) di multinazionali. In quest’ottica il passaggio da “restiamo tutti a casa” a “tutti al lavoro” è intollerabile. La situazione d’emergenza obbliga tutti a lavorare ma nega il diritto di assemblea e aggregazione. E queste misure restrittive dei diritti politici potrebbero essere prolungate al 2021.

Nel frattempo muoiono lavoratori in fabbrica e nei cantieri riaperti, e non solo per Covid, e si creano nuovi disastri ambientali per avidità e prepotenza criminale che ignorano le più elementari norme di sicurezza. L’incendio di un’industria chimica a Porto Marghera ne è la logica conseguenza; ha causato feriti e allarme rosso per la popolazione, che oltre per il Covid, deve rimanere segregata in casa per l’inquinamento prodotto dall’incendio (ricordiamoci di Seveso). Questo accade mentre Confindustria chiede l’impunità e l’eliminazione degli ultimi diritti dei lavoratori: di fatto la sospensione del contratto nazionale di lavoro.

Il sindacato di fronte a quest’offensiva, non trova di meglio che rilanciare la “concertazione” per bocca del segretario del maggior sindacato italiano, “l’autorevole” Landini. E i movimenti antagonisti? I movimenti stanno correndo il rischio di essere manipolati e cooptati dalla retorica dell’emergenza nel disegno del regime, obbedienti alla parola d’ordine: occupiamoci dei poveri, facciamo volontariato e beneficenza. Così si fa il gioco dell’avversario, mettendo toppe che nascondono il disastro apocalittico in corso: distruzione del sistema di previdenza sociale, privatizzazione selvaggia di beni e servizi. Un’ansia da prestazione per essere socialmente encomiabili che rende tutti dei prolungamenti ideali delle caritas, azioni cattoliche e simili. Tutte le forme solidali, se non sono accompagnate da azioni politiche antagoniste, ci fanno cornuti e mazziati: solleviamo il capitale dai costi della crisi e smussiamo gli angoli dei conflitti sociali.  E le lotte dove sono? Quando faremo la nostra parte?

Non bastano videoconferenze e le speranze per mettere spalle al muro i padroni, anche solo virtualmente. Non basta tentare di fargli rispettare le norme di sicurezza; la questione è un’altra. I padroni, quelli lì che dicono che siamo tutti nella stessa barca con il Papa, le norme non le hanno mai rispettate e oggi, a maggior ragione, non lo faranno; hanno l’alibi, e ci dicono che è il prezzo da pagare per il bene comune e l’unità nazionale. Oggi i compagni non devono elemosinare un’agibilità politica, trovare mediazioni con le istituzioni per manifestare, ma rivendicarne politicamente il diritto e denunciare senza tregua il terrificante progetto di controllo sociale e di eliminazione del dissenso.

Dal 4 maggio il 100% delle aziende bresciane ha ripreso a spron battuto ogni attività produttiva, in molti casi con incalzanti richieste di lavoro straordinario e festivo e per “recuperare il tempo perso”. Le persone hanno ricominciato a muoversi affollando strade, marciapiedi, mezzi pubblici (speriamo nell’osservanza delle norme anti-contagio).

Questo è il contesto. Fin troppo chiaro quello di oggi, come era chiaro il contesto del 28 maggio 1974 e chiara oggi come allora la posta in gioco. Nel ’74 gli esiti del referendum per l’abrogazione del divorzio, che mise di fatto in discussione i Patti Lateranensi fra Mussolini, e Vaticano, le richieste di emancipazione sociale di donne e classi subalterne e con l’inizio della lotta armata furono il segno del conflitto con la destra clerico-fascista e il capitale. Allora la risposta fu l’acuirsi della “strategia della tensione”, in atto da parecchi anni, e che culminò quell’anno con la bomba di Piazza della Loggia.

Oggi lo scontento sociale, la pulsione di rivolta e di autorganizzazione sono disinnescate dalla paura e dall’appello alla responsabilità collettiva. Insomma, se non l’è zuppa l’è pan bagnato. In forme diverse ma simili si ripropone uno schema eterno e immarcescibile che dovremmo aver imparato a riconoscere ormai.

Perciò, visto che questi giorni di “Fase Due” ci portano ad una nuova normalità, dovrà essere cosa normale poter andare in Piazza della Loggia il prossimo 28 maggio! E non in modo estemporaneo e per gentile concessione delle autorità che reggono le code a Confindustria, ma perché è un normale diritto democratico poter manifestare il nostro dissenso, ovviamente nel rispetto di tutte le norme anti-contagio.

Si, perché il contagio esiste e non è da sottovalutare affatto, come non è da sottovalutare la volontà del capitale di strumentalizzarlo a proprio favore.

Saremo in piazza perché nel ’74 fu una manifestazione Antifascista indetta dal sindacato per il clima di intimidazione e violenza, e così è ancora oggi:
un’emergenza per il clima di fascismo esplicito e strisciante e per l’orrenda strumentalizzazione della crisi sanitaria per ridurre il già modesto tasso di democrazia e giustizia del paese.

I padroni non fermano le fabbriche, noi non fermiamo la lotta. Anche a distanza, con guanti e mascherine, ma con bandiere e striscioni.

 

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