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28 MAGGIO MENO 15

La bomba ha quarantasei anni e come tutte le bombe stragiste  “non ha mai smesso di cambiare l’Italia, quasi fosse una massa incandescente che brucia nel sottosuolo” (Deaglio). La vasta cospirazione di potere ha continuato a lavorare sia perché i responsabili rimanessero impuniti, sia perché continuasse la manipolazione del clima politico e sociale italiano. Cospirazione perfetta che negli anni ha minato i livelli di coscienza e consapevolezza per imporre quella “pacificazione”, tanto invocata dai fascisti e oggi non solo da loro, e la rilettura storica della lotta di classe, della strategia della tensione e di aspirazioni autoritarie mai risolte.

Semplificazioni storiche, politiche e culturali, manipolazioni delle memorie che ci pongono di fronte a un’”Apocalisse culturale” che produce controllo sociale e gestione del conflitto.

Il cinico e spietato uso della comunicazione di massa, le fake news che svuotano i contenuti politico/sociali minano l’identità di classe già confusa e ottundono le coscienze. 

La narrazione di regime trasforma il nostro luogo dell’abitare, con la nostra storia e idealità collettiva, in un non luogo indifferenziato, dove i morti sono tutti uguali, i combattenti tutti uguali, e dove vittime e carnefici si mescolano in una melma unica e schifosa, in cui tutti sono accomunati a prescindere dalle cause storiche e delle differenti scelte politiche e ideali.

Questo premeditato delirio celebrativo e mistificatorio, nonostante i contrasti e le polemiche di testimoni che furono presenti allo scoppio, movimenti operai, politici e democratici, ha prodotto aberrazioni ignobili. Tra le tante, quelle della Casa della Memoria che sostenuta da istituzioni, pennivendoli e pseudointellettuali, è riuscita a realizzare con roboante pompa la vergognosa operazione delle Formelle della Memoria, dove si celebrano Calabresi e Pinelli o Saverio Saltarelli e Ramelli come fossero vittime della stessa violenza. Oppure di aver affidato a Benedetta Tobagi il coordinamento di un convegno sulla strage. Quella Tobagi che, nel suo libro sugli avvenimenti del 1974 a Brescia, tra inesattezze, dimenticanze e libere interpretazioni di ombre fosche ne ha generate diverse.

 Questi sono alcuni aspetti inaccettabili e inquietanti di cosa sta ancora producendo la bomba a quarantasei anni dallo scoppio; quello scoppio sta ancora riducendo spazio di lotta, privazione di dignità e memoria a tutti gli antifascisti.

E oggi, con l’emergenza sanitaria, usando maliziosamente l’ordinanza che chiude i cimiteri fino al 31 maggio, l’amministrazione Del Bono chiude anche la piazza per il 28 maggio con il plauso delle istituzioni e delle forze dell’ordine e, ahimè, dei cittadini ormai condizionati, ricattati e asserviti.  La paura distribuita a pioggia e la ricattatoria sovvenzione di stato ha soggiogato tutti e controlla il disagio sociale e la protesta, nascondendo le criminali inadempienza del sistema.

Certo che il virus non è la bomba, ma viene usato come se lo fosse e ha lo stesso potere devastante, anzi di più. L’emergenza esiste, non è stata costruita artificialmente dal capitalismo, è un dato di fatto, ne siamo consapevoli, ma essa viene usata come se fosse un diabolico strumento del capitale che specula e trae profitto anche dalla pandemia. Dagli effetti politici della bomba potevamo opporci e reagire, protestare, scendere in piazza a urlare la nostra rabbia contro i fascisti; oggi con l’emergenza sanitaria siamo isolati come singoli e come associazioni politiche, non possiamo protestare, scendere in piazza, anzi dobbiamo ringraziare la carità pelosa del sistema e rimanere in buon ordine, obbedienti e diligenti nell’osservare le disposizioni. Disposizioni che, quando servono a Confindustria, ci mandano in fabbrica a lavorare.

Siamo carne da macello o da cannone se preferite, buoni per morire in fabbrica per i padroni, ma non per scendere in piazza il 28 maggio a ricordare i compagni e gli ideali antifascisti per i quali hanno dato la vita.  Il capitale, con i suoi istituti, si dimostra un norcino perfetto e interpreta a meraviglia il motto: del maiale non si butta mai niente. Ma quel maiale siamo noi, antifascisti, lavoratori, disabili, precari, immigrati, senza casa.

Però, se siamo carne buona per il tritacarne della fabbrica, lo siamo anche per la piazza del 28 maggio. E in piazza ci saremo a gridare ancora una volta:

Antifascismo Militante ora, adesso!    

 

   

Posted in informazione antifa, realtà antifa, storia e memoria.