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PRIMO MAGGIO NON È FESTA


Primo Maggio festa dei lavoratori, ma alcuni la chiamano festa del lavoro, ma lavoratori e lavoro non sono la stessa cosa. Eppoi, festa, quale festa è la celebrazione di scioperi e lotte per diritti elementari, le otto ore, con la polizia che sparò davanti alla fabbrica McCormick? O è più un lutto della classe operaia e dei proletari, che pagarono e pagano senza soluzione di continuità un prezzo enorme al capitalismo da generazioni e generazioni? E oggi la vittoria dei padroni, del capitale con le sue nuove forme di sfruttamento le abbiamo prepotentemente sotto gli occhi.

In ogni caso, con il nuovo convenuto al tavolo delle trattative, il sig. Covid-19, tutto il lavoro è cambiato e la festa o lutto che dir si voglia, non si farà. E non si faranno molte altre cose. Non si farà perché la responsabilità diretta di quel che succede e succederà, per la classe dirigente italiana (vescovi, politici e capitalisti) è del cittadino. Cioè è di colui che con il proprio comportamento virtuoso e il suo lavoro produttivo, sempre prono alle esigenze del “bene comune”, si sacrifica con abnegazione, disciplina e ubbidienza. Insomma, per i proletari l’imposizione di limitazioni all’agibilità politica e sociale per la stabilizzazione dell’emergenza è diventa la nuova forma di economia e di governo che li schiaccia. La retorica sanitaria, figlia della miglior tradizione neoliberale, farà pagare il conto della baracca alla plebe.

La classe politica e imprenditoriale è divisa su tutto come un branco di iene affannate, impegnate a scarnificare la carogna di una società agonizzante (ma ancora in grado di garantire accumulazione di capitale), ma su una cosa è d’accordo: spolpare tutto il possibile dalla carcassa, speculando su tutto il possibile a danno di lavoratori, precari, proletari, migranti e ultimi. Esseri umani che saranno abbandonati davanti al pericolo, mentre gli altri esseri umani, i capitalisti, fuggiranno per imboscare il bottino. Poi  si ripresenteranno come i padri nobili della Patria per pretendere nuovi sacrifici materiali e sociali e rinverdire il processo di valorizzazione e accumulo di lavoro e capitale. Per loro tutto è merce e profitto. Ad esempio, negli ultimi due secoli è già successo per il Risorgimento, poi per tutte le guerre, poi per il terrorismo e oggi per la Pandemia e in futuro chissà quante volte ancora.

Siamo travolti da una profonda contraddizione politica, sociale, autoritaria; lo svuotamento di relazioni, l’impossibilità di connessione ed espressione, di sussistenza materiale, la disoccupazione ci hanno portato Mise en abyme (davanti al baratro). Inoltre, i sopravvissuti alla disoccupazione, alla malattia, i nuovi schiavi dello “smart working”, il lavoro remoto, subiscono un’ulteriore frantumazione dei legami di classe e la violenta riduzione dei diritti politici e sindacali. Gli “smart workers” sollevano il capitale dal costo di gestione e manutenzione dei mezzi di produzione. Si, questo è paradossale, e inoltre per loro il tempo vita e il tempo lavoro si mescolano in una realtà alienante che si consuma tutta tra le quattro mura di casa. Sparisce il confine tra fatica salariata e tregua da essa. Anche i cosiddetti lavoratori cognitivi sono annichiliti dalla mistificazione del mito imprenditoriale e vengono scaraventati nell’inferno delle partite Iva; vengono isolati politicamente oltreché fisicamente, sono senza riferimenti e identità; mano d’opera senza tutele pronta per uno sfruttamento ancora più feroce, una marea di neo-proletari insindacalizzabili, smarriti di fronte a un padrone virtuale o remoto, in ogni caso irraggiungibile e senza relazioni possibili con i gli altri lavoratori per organizzarsi.

Il conflitto capitale/lavoro ci mette spalle al muro ancora una volta: con nuove forme di ricatto sociale e il perfido appello alla responsabilità civile e alla lotta al nemico interno, ci propina retoriche solidaristiche fini a se stesse, controllate dall’arbitrio poliziesco che con le sue violenze inaudite ci tiene lontani dal nocciolo della questione: darsi una forma politica antagonista e non accontentarsi di un pacco alimentare caritatevole e soprattutto riprendere la lotta

Il nostro nemico naturale, il capitalismo, non ha mai esitato a superare l’ostacolo, ristrutturarsi e attuare una nuova offensiva che attacchi tutti noi in un modo più moderno di silente e spietato sfruttamento. Non c’è scampo, non c’è morale o ragionamento, non c’è partito politico o sindacato che tenga, per difenderci e combattere questa nuova “normalità” borghese, che non farà prigionieri, possiamo solo auto organizzarci e sperimentare nuove forme di lotta.

Sgombriamo il campo da inutili orpelli retorici e torniamo allo slogan: “secondo i propri bisogni e secondo le proprie capacità”, solo così avrà senso il Primo Maggio, e sarà un Primo Maggio per la lotta di classe subito, adesso. E alla larga da vuote celebrazioni, sfilate e gagliardetti che non hanno senso senza obiettivi di lotta per i diritti e i bisogni dei lavoratori di tutto il mondo, cognitivi o manuali che siano poco importa, perché il capitale ha globalizzato il lavoro e noi globalizziamo la lotta. Sappiamo quello che ci aspetta: fame, repressione e stato di polizia.

 Solo la lotta anticapitalista ci salverà e allora, ma solo allora potrà essere la nostra festa!

 

 

 

 

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