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Pietà l’è morta! L’è ‘na ferä!

“Pietà l’è morta!”, così urlavano gli alpini quando uscivano dalle trincee per andare all’assalto di altri proletari di fronte a loro; proletari come loro ma che parlavano un’altra lingua e avevano altri padroni. Oppure urlavano: “l’è ‘na ferä!“ Un urlo di battaglia altrettanto spietato e disperato, magari un po’ più consapevole dei rapporti di classe ai quali, comunque, si sottoponevano.

Oggi altri proletari vengono lanciati all’assalto dalle trincee di questa guerra anomala, ma non inaspettata, e sono di nuovo loro a pagare il prezzo più alto. Le fabbriche non chiudono, la gente si ammassa senza protezioni in metropolitane, officine, mense senza pietà; sono i sacrificabili alla legge del profitto dei padroni. I lavoratori, e soprattutto, paramedici e medici sono la carne da cannone odierna. Muoiono a frotte per difenderci da questo nemico senza le necessarie tutele, come i soldati dell’ARMIR (Armata italiana in Russia) con gli scarponi di cartone a cinquanta gradi sotto zero nella steppa russa. Li celebriamo per il loro sacrificio, ma non ci accorgiamo che lo Stato Borghese – con tutto il suo enorme potenziale di persuasione occulta – se ne approfitta per sommergerci di stomachevole retorica di regime e farci digerire ogni scenario futuro, autoritario o catastrofico che sia, dal quale non possiamo sottrarci.

Sembra impossibile prendere coscienza della situazione nella quale ci troviamo e capire i rapporti di causa effetto dello stato di fatto. Questa orrenda Società dello Spettacolo ci impone un continuo bombardamento mediatico e  ci convince che tutti noi, uniti come un sol uomo, con senso della patria, cantando dai balconi inni che invocano la morte e all’estremo sacrificio, potremo uscire dall’incubo. Siamo estasiati delle luci tricolori che illuminano i palazzi di capitali straniere come Parigi e Sarajevo, quasi fosse un rimedio, e lasciamo crescere in noi un senso di appartenenza a questa società e accettiamo tutto. Questa convinzione subdola e malefica ci espone ad altri ricatti e ad altri espropri di materiali, di affetti, di libertà personali e politiche, oltre a quelli che già subiamo in tempi normali. E purtroppo ci assoggettiamo di buon grado a tutto questo, è la ragione di stato che prevale: non c’è scampo.

 

Qualsiasi voce di personaggio “autorevole” si alzi al di sopra dalla massa di giornalisti e politici – prezzolati, tristi e cinici officianti funerei che ci imbrogliano sull’entità di morti e diffusione del virus – diventa subito speranza alla quale aggrapparsi e dimentichiamo di chi è questa voce, dimentichiamo cosa ha fatto fino ad oggi quel personaggio, economista o scienziato che sia. Dimentichiamo che gente come Draghi, ora invocato come salvatore della patria a destra e manca, è il “sacerdote sommo” del capitalismo, anche se contraddice l’esercito di nani politici e sindacali che affollano la platea istituzionale e mediatica. Dimentichiamo che gli scienziati, che oggi scoprono le mille carenze del sistema sociale, civile ed economico, in surreali talk-show, non si sono mai espressi prima e non si esprimono neppure oggi contro il sistema liberista che da decenni lo sta smantellando quel sistema sociale; sono solo spacciatori di droghe e ideologie pesanti, che da sempre sono usate per il controllo sociale.

Molti si chiedono se questa pandemia ci cambierà, se cambierà la nostra percezione della vita, se saremo più coscienti e responsabili, se avremo imparato la lezione che la natura ci sta impartendo con durezza. Il Papa e le altre autorità di tutte le religioni, spingono all’introspezione, all’esercizio della carità e della compassione per rinascere a nuova vita in una società prospera per noi e i nostri figli. Però, il proletariato, la gente comune l’ha sempre praticata la carità e la compassione, non ha bisogno di esortazioni ipocrite. Fatta la tara sui populismi e il disorientamento politico che hanno fatto riemergere istinti primordiali in parte della gente, la disponibilità al sacrificio e alla solidarietà appartengono al proletariato e non certo ai padroni e ai capitalisti.  E prova ne è la grande quantità di denaro raccolta per la solidarietà pro ospedali, cure e Protezione Civile.

Tutte queste raccolte di fondi, proposte/imposte con furbizia dai mezzi di comunicazione, giornali, televisioni, e banche con altri istituti padronali o religiosi, sono una scandalosa e paradossale “presa per il culo” della gente e mascherano la criminale latitanza dello stato. Manipolano la percezione dei fatti e attraverso il meccanismo di arruolamento e gratificazione che rende tutti protagonisti (di fatto complici) del mascheramento del disastro. Infatti, con questa operazione di carità “cristiana” lo Stato Borghese dopo essere stato complice di una classe padronale, alla quale ha permesso di evadere e distrarre risorse (spesso in paradisi fiscali), oggi ha la capacità di chiedere soldi al mondo degli ultimi, dei lavoratori, dei meno abbienti. La macchina dell’oppressione capitalista è talmente sofisticata che riesce a renderci tutti pecoroni e sfilarci dalle tasche quel poco che abbiamo.

Ci cambierà tutto questo? Di sicuro: come dopo ogni crisi arriveranno nuovi orizzonti, nuove modernità e tecnologie, comprese quelle di controllo e repressione, oltre alle solite di profitto capitalista. Il cinismo borghese non ha limiti, così come l’ingenuità dei lavoratori, che ci cascano sempre, – salvo rare e subito represse eccezioni- e accettano lo squallido ricatto salario/salute e mettono mano al portafoglio per tenere in piedi questa società borghese e il suo sistema di produzione. I lavoratori dimenticano cosa gridavano da comunisti: A SALARIO DI MERDA, LAVORO DI MERDA per PADRONI DI MERDA! Ed era riferito a tutti gli industriali, baroni universitari, giornalai, lacchè, portaborse, grand commis, scendiletto, preti, padroncini del nord-est, ricercatori scientifici a gettone e unidirezionali e travet.

Oggi i lavoratori si affannano a raccogliere fondi, intasare chat e appendere striscioni con scritto: “andrà tutto bene”. Tutto bene un cazzo, nella migliore delle ipotesi il “tallone di ferro” ci schiaccerà per anni. Ne è “degno esempio” la notizia che i lavoratori dell’azienda Riso Scotti hanno devoluto in beneficenza una o più ore di salario, per un totale di 51.540 euro, per pagare quello che dovrebbe essere un diritto garantito dallo Stato e dalla Costituzione, ma che non lo è. Ora è paradossale che le vittime, gli agnelli sacrificali di questa situazione, per tutelarsi dalla malattia, debbano anche devolvere parte del loro salario al sistema. Ma ancora più assurdo che sui giornali e on-line sia l’azienda Riso Scotti la protagonista più che i lavoratori e che essa ottenga una pubblicità gratuita formidabile. Assurdo che in testa all’articolo di La Repubblica, ci siano le scatole dei prodotti di Riso Scotti a far da cappello.

Di questo sacrificio monetario e della generosità dei lavoratori non rimarrà nessun ricordo, non rimarrà traccia, ma Riso Scotti ne godrà, sia nel fatturato e che nell’immagine e il tutto gratis, a spese dei lavoratori, come sempre. Ecco che il cerchio dello sfruttamento intensivo si chiude in modo esemplare, nella più feroce logica capitalista.

Pietà l’è morta.

 

 

 

 

 

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