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VERITÀ E PROPAGANDA

L’aforisma più famoso tra quelli attribuiti a Goebbels, ministro della propaganda del III Reich, recita: ripeti una bugia una, cento, mille volte e diventerà la verità.  Alla celeberrima citazione, divenuta mantra nell’era dell’informazione di massa, si dimentica di aggiungere che non ha portato un granché bene né all’autore né al popolo che rappresentava né, tantomeno, alla collettività mondiale sconvolta da una guerra che provocò sessanta milioni di morti.

Il collegamento tra i due fatti, la citazione e le conseguenze di quel regime basato sulla menzogna, non appare certo forzoso a chiunque abbia letto qualcosa di quel pezzo di storia e non è di secondaria importanza considerare l’insegnamento che ne deriva.

Eppure notiamo che la tentazione di costruire verità su notizie false o inventate non cessa mai di manifestarsi e negli ambiti più insospettabili e protetti.

Ci sia consentito dire che la questione delle Foibe,  Istria anni 1944-45, appartiene  a questo filone.

Certo l’episodio è allettante perchè si basa sulla irraggiungibilità di quei luoghi impervi (le grotte carsiche), fatto che rende possibile, nell’impossibilità dell’accertamento, qualunque speculazione al rialzo sul numero di morti. A Basovizza, nella foiba più famosa, non ci sarebbe neanche un italiano, solo nazisti uccisi in combattimento, ma c’è il monumento a ricordo delle vittime italiane. La cifra più alta citata dagli storici per tutte le foibe è di 1500 vittime senza peraltro poterne individuare la provenienza né, quindi, i carnefici, ma la politica rimbalza cifre dalle 10.000 al milione ad opera dei comunisti, ovviamente.

Nel contempo, in assenza di fatti certi, ci si deve basare sulle memorie, memorie che scopriamo essere strabiche visto che nessuno ricorda, o vuol ricordare, quel che successe da quelle parti per tutti i trent’anni precedenti, e, soprattutto, ad opera di chi.

E’ così che, passo passo, arriviamo all’odierno panorama antropologico italico costituito da santi, navigatori, poeti e… vittime. Perché pare che lo status di vittima non possa negarsi a nessuno in una sorta di ‘tana liberatutti’, in primis a coloro che ferocissimi partirono sui carri armati per spaccare le reni al mondo e che, dopo che gli fu dato quel che cercavano e meritavano, frignano da decenni per la cattiverie della storia in cerca di una rivincita a tavolino.  E, tragicamente, questo ottengono nella politica che, come si dice, è luogo di compromessi e mediazioni. Si media sulla verità per non far torto a nessuno, per un pugno di voti, per far contenti i potenti che certe storie di popolo non le hanno mai mandate giù. Si allunga così la lista di autorità che profondono parole di peloso buonsenso tipo ‘le vittime son tutte uguali’ ed è una ferita nel cuore del significato di democrazia quale deriva dalla nostra Costituzione. Nel Paese nostro dove la Shoà è responsabilità delle Leggi Razziali ma nessuno, pare, è responsabile di averle emanate, grava ormai un forte tanfo di chiuso e, come in certe cantine, cresce sui muri la muffa delle destre estreme non a caso protagoniste indiscusse delle giornate della memoria. Vietato stupirsi.

Ma, del resto, tutti sanno, tutti scrivono, tutti dibattono che dall’altra parte del Mondo, Maduro è un dittatore. Che sia stato eletto a schiacciante maggioranza nove mesi fa in elezioni fornite di doppio conteggio, elettronico (impronte digitali) e cartaceo ( voto espresso per iscritto), senza che duecento osservatori internazionali abbiano sollevato alcuna eccezione di regolarità, questo non viene ritenuto di alcuna importanza. Invece, la verità, qualche importanza ce l’ha, ce lo ha insegnato Goebbels.

                                                                                          Lamberto Lombardi

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La giornata del ricordo

La giornata del ricordo dovrebbe ricordarci che siamo antifascisti.

Compare ed è subito cancellato, questo commento sulla pagina Facebook dell’Anpi di Rovigo:“Eh sarebbe bello spiegare ai ragazzi delle medie che le foibe le hanno inventate i fascisti, sia come sistema per far sparire i partigiani jugoslavi, che come invenzione storica. Tipo la vergognosa fandonia della foiba di Basovizza…”.

 Antonella Toffanello, presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia di Rovigo,al Fatto Quotidiano del 29 gennaio: “E’ bastato un post apparso in una discussione del sito dell’Anpi della piccola Rovigo a scatenare un putiferio in un’Italia che dovrebbe avere ben altri e più gravi problemi. E’ un intervento scritto non so neppure da chi, ma ne prendiamo le distanze. Non rappresenta il nostro pensiero”. E si minacciano espulsioni.

 Tanto basta perché il circo Barnum della destra si scateni con Luciano Sandonà, consigliere regionale del gruppo Zaia, con De Carlo di Fratelli d’Italia e con Roberto Novelli che querela l’Anpi di Rovigo ai sensi dell’articolo 604 bis del Codice penale, un articolo questo che dovrebbe perseguire i fascisti e non l’Anpi, visto che tutela la memoria storica della resistenza tra le altre cose.

 Veniamo alla pagina facebook dell’ANPI di Rovigo che è:

“Viene il dubbio che una certa parte politica, dopo avere messo sullo stesso piano la Giornata della Memoria delle vittime del nazifascismo e il Giorno del Ricordo “delle foibe e dell’esodo”, stia coscientemente cercando di minimizzare il senso della prima per esaltare invece i contenuti della seconda, che si basano per lo più su ricostruzioni storiche falsate e del tutto decontestualizzate. Cancellare la memoria delle vittime antifasciste per passare alla criminalizzazione dei partigiani internazionalisti e comunisti, in modo da sminuire i crimini del nazifascismo e riabilitare i fascisti che furono invece giustiziati alla fine della guerra, come se la loro morte violenta potesse cancellare ogni responsabilità pregressa.”

 Pubblica anche un intervento della Nuova Alabarda del 27 gennaio che fotografa la situazione triestina in modo implacabile e mette all’angolo l’attuale classe politica, pubblicando anche il link del video del “… discorso del sindaco di Trieste Roberto Dipiazza (grande assente assieme al “governatore” Fedriga ed al vescovo Crepaldi), letto dall’assessore Giorgio Rossi nella Risiera di San Sabba, è stato peggio del solito”.

 Il 10 febbraio incombe e le iniziative fasciste si sprecano numerose, con il sostegno vergognoso delle giunte fascio-leghiste, e vogliono legittimare tutte le leggi liberticide in cantiere, non solo il DDL sicurezza, ma tutto il corollario che i Penta-leghisti ci imporranno per la felicità dei padroni.

Antifascismo se ci sei batti un colpo, credo si faccia così a evocare gli spiriti dell’aldilà. Ma noi siamo nell’al di qua ancora per un po’, e dobbiamo lottare per rimanerci, fare militanza antifascista senza paura e senza subire le minacce d’espulsione di nessuno. In gioco non c’è solo la conservazione della memoria, ma l’attuazione di un regime autoritario ormai già ben avviato.

Ecco tutto il pregevole intervento della Nuova Alabarda che sgombera con semplicità il campo dalla retorica memorialistica inutile, con il link del video dell’amministazione di Trieste alla Risiera di San Sabba.

 

GIORNATA DELLA MEMORIA 2019.

LA NUOVA ALABARDA·DOMENICA 27 GENNAIO 2019

Da anni ormai le celebrazioni istituzionali della Giornata della Memoria (che dovrebbero riguardare la memoria di tutti i crimini commessi dal nazifascismo, ricordati nella data simbolica che vide la liberazione del lager di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa) sono state ridotte a mera retorica, spesso esclusivamente religiosa e militarista, ma non solo: sempre più si fa riferimento al solo sterminio degli ebrei che non furono invece le uniche vittime della politica genocida nazifascista: da subito il Reich iniziò ad internare ed uccidere gli oppositori politici, proseguì poi nella soluzione finale che prevedeva l’eliminazione delle “vite zavorra” (cioè disabili e malati mentali) e degli “asociali”, tra i quali venivano compresi omosessuali e tutti coloro che non rientravano nei canoni esistenziali nazisti; e poi i Rom ed i prigionieri di guerra sovietici, per i quali non era prevista neppure la schiavitù del lavoro.

Oggi il discorso del sindaco di Trieste Roberto Dipiazza (grande assente assieme al “governatore” Fedriga ed al vescovo Crepaldi), letto dall’assessore Giorgio Rossi nella Risiera di San Sabba, è stato peggio del solito (potete sentirlo nel video indicato in calce). Nessun accenno alla situazione contemporanea, come se non esistesse una crescente intolleranza xenofoba con connotati squadristici e fascisti nel nostro Paese, ed in tutta Europa; in compenso è stato ribadito nuovamente un concetto che abbiamo sentito negli ultimi anni (purtroppo anche da parte del sindaco del PD Cosolini) e cioè che lo sterminio degli ebrei triestini è stato particolarmente grave in quanto si trattava di una comunità importante dal punto di vista dello sviluppo economico della città. Fossero stati una comunità di emarginati o anche solo di operai e contadini sarebbe stata una cosa meno tragica e grave?

E francamente insopportabili i continui “io ho fatto, io ho detto, io di qua ed io di là”, inframezzati nel discorso, che ci sono sembrati del tutto fuori luogo per un discorso del primo cittadino di Trieste in una tale occasione.

In tono minore tutta la commemorazione: a parte i grandi assenti, tolti i rappresentanti delle associazioni d’arma e della comunità ebraica, le autorità ed i giornalisti, c’erano pochissime persone: mancavano le scolaresche, i giovani, i genitori con i figli.

Inoltre le associazioni dei partigiani e degli ex deportati, coloro ai quali dovrebbe essere dedicata tale giornata, hanno scelto di posare le proprie corone ieri, nell’ambito della manifestazione del Coro Partigiano Triestino, in segno di protesta per le politiche di una Giunta comunale che dimentica troppo spesso cosa significhi “diritti civili” e “rispetto del diverso”, e che in più occasioni ha dato prova di non essere del tutto allineata sui valori che dovrebbero essere celebrati il 27 gennaio.

Viene il dubbio che una certa parte politica, dopo avere messo sullo stesso piano la Giornata della Memoria delle vittime del nazifascismo ed il Giorno del Ricordo “delle foibe e dell’esodo”, stia coscientemente cercando di minimizzare il senso della prima per esaltare invece i contenuti della seconda, che si basano per lo più su ricostruzioni storiche falsate e del tutto decontestualizzate. Cancellare la memoria delle vittime antifasciste per passare alla criminalizzazione dei partigiani internazionalisti e comunisti, in modo da sminuire i crimini del nazifascismo e riabilitare i fascisti che furono invece giustiziati alla fine della guerra, come se la loro morte violenta potesse cancellare ogni responsabilità pregressa.

Claudia Cernigoi, 27 gennaio 2019

 

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Repressione della lotta NO TAV  Brescia-Verona

 

Rete Antifa è solidale con compagni e compagne del movimento NO TAV Brescia-Verona per la vergognosa repressione messa in atto contro di loro, e contro i diritti di tutti, dalla politica reazionaria e criminale delle grandi opere di questo e dei precedenti governi. Ecco il comunicato del movimento NO TAV.

 

In data 17 gennaio 2019 un gruppo di attivisti/e No Tav Brescia-Verona ha partecipato al convegno organizzato da Coldiretti e Comune di Lonato del Garda. Un Comune che verrà devastato dai lavori dell’inutile treno alta velocità Brescia-Verona, ma che finora non ha fatto nulla per impedire questo scempio del suo territorio e ad oggi promuove convegni e fiere sull’agricoltura, forse non sapendo che le colate di cemento del tav non sono fertili per i terreni.

Abbiamo partecipato silenziosamente esponendo uno striscione che recitava “Quale futuro? Quale agricoltura? Con il tav solo danni e spazzatura!”. E’ bastato questo per scatenare la rabbia dell’Assessore alla (in)Sicurezza di Lonato, Vanaria, il quale ci ha spintonati e aggrediti cercando di strappare lo striscione mentre altri partecipanti al convegno si adoperavano per coprirci. Ne è nato a questo punto, e solo a causa di questo intervento violento, un battibecco in cui abbiamo denunciato le aggressioni subite.

Il giorno successivo sono stati recapitati 13 DASPO agli attivisti e alle attiviste presenti oltre ad una multa di € 100,00 cad.

Riteniamo tutto ciò un atto intimidatorio e aggressivo INACCETTABILE contro persone che stavano manifestando silenziosamente e pacificamente. Risponderemo a questo vergognoso attacco su tutti i fronti e lanciamo questa campagna di raccolta fondi per una CASSA DI RESISTENZA per coprire le spese legali. Dimostriamo ancora una volta, com’è successo più volte in Val Susa, che questa repressione serve solo a creare maggiore solidarietà. Aiutateci donando quello che potete, diffondendo questa raccolta e partecipando alle prossime iniziative pubbliche!

SIAMO TUTTI E TUTTE DISTURBATORI E DISTURBATRICI IN DIFESA DELLA NOSTRA TERRA!

#notav #notavbresciaverona #lonato #lonatodelgarda #agricoltura #tav #raccoltafondi #speselegali #cassadiresistenza

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21 GENNAIO ASSEMBLEA APERTA

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DIAMO A CESARE QUEL CHE E’ DI CESARE

La furibonda corsa istituzionale di “sbattere il mostro in prima pagina” e gloriarsene nel “circo mediatico” dei mass-media di regime, in un modo che non si vedeva dagli anni ’70, ci obbliga a prendere posizione e diffondere due articoli di Carmilla e Wu Ming Foundation per avere un dato di realtà.

https://www.infoaut.org/segnalazioni/il-caso-battisti-tutti-i-dubbi-sui-processi-e-le-condanne-esposti-punto-per-puntohttps://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/cesare_battisti_2.htm 

Il caso Battisti: tutti i dubbi sui processi e le condanne, esposti punto per punto

Questa nuova versione delle nostre [articolo tratto da Carmilla on line] FAQ sul caso Battisti, già lette da centinaia di migliaia di utenti e tradotte in molte lingue, cadono in un momento di isteria collettiva mai visto in Italia dai tempi di Piazza Fontana e della colpevolizzazione di Pietro Valpreda. Battisti si trova da quasi due anni, mentre scriviamo, in un carcere brasiliano. Ha ottenuto asilo politico in Brasile, concesso dal ministro della giustizia Tarso Genro e ripetutamente avvallato dal presidente Lula. La stampa italiana, a fronte di un’opinione pubblica sostanzialmente indifferente, si è scatenata con toni da linciaggio. Battisti è tornato a essere il mostro, l’assassino per vocazione, il serial killer. Il Brasile è stato dipinto (per esempio da Francesco Merlo, su La Repubblica del 15 gennaio) come una democrazia da operetta, abitato da una popolazione quasi scimmiesca. Persino il presidente Napolitano, che non brilla per attivismo, si è mobilitato a sostegno della richiesta di estradizione del criminale del secolo. Seguito ovviamente dal PD di Walter Veltroni, in perfetta armonia con le componenti più reazionarie del governo e delle presunte “opposizioni”. 
 
 

Il caso Battisti: tutti i dubbi sui processi e le condanne, esposti punto per punto
 

Va notato che tanto furore non era mai stato esercitato nei confronti, per esempio, di Delfo Zorzi, quando era sospettato di essere coautore della strage di Piazza Fontana e riparato in Giappone. Per non dire dei membri delle Forze dell’ordine uccisori, dagli anni Settanta a Genova 2001, di oltre un centinaio di militanti di sinistra, tutti quanti assolti da giudici compiacenti e da politici complici. O degli autori del massacro del Circeo, uno dei quali poté espatriare con il passaporto italiano in tasca.
Urgeva aggiornare le nostre FAQ, anche alla luce di un’indiretta replica del sostituto procuratore di Milano Armando Spataro, apparsa su Il Corriere della Sera del 23 gennaio 2009, nella rubrica delle lettere. Nonché di un articolo in cui era intervistato il pentito Pietro Mutti, massimo accusatore di Battisti (“specialista in giochi di prestigio” nell’attribuire ad altri le proprie responsabilità, lo definisce una sentenza citata più sotto; ma ne vedrete delle belle), pubblicato da Panorama del 25 gennaio 2009.
Confidiamo che una lettura pacata di quanto segue faccia sorgere, in chi è in buona fede, molti dubbi sull’effettiva colpevolezza di Battisti.
Comunque, a noi non preme dimostrare che Battisti sia innocente. Ci interessa, piuttosto, denunciare le distorsioni che la cosiddetta “emergenza” provocò, negli anni Settanta, nelle procedure processuali italiane, fondate, come ai tempi dell’Inquisizione, su “pentimenti” veri o fasulli (1).

Perché Cesare Battisti fu arrestato, nel 1979?

Fu arrestato nell’ambito delle retate che colpirono il Collettivo Autonomo della Barona (un quartiere di Milano), dopo che, il 16 febbraio 1979, venne ucciso il gioielliere Luigi Pietro Torregiani.

Perché il gioielliere Torregiani fu assassinato?

Perché, il 22 gennaio 1979, assieme a un conoscente anche lui armato, aveva ucciso Orazio Daidone: uno dei due rapinatori che avevano preso d’assalto il ristorante Il Transatlantico in cui cenava in folta compagnia. Un cliente, Vincenzo Consoli, morì nella sparatoria, un altro rimase ferito. Chi uccise Torregiani intendeva colpire quanti, in quel periodo, tendevano a “farsi giustizia da soli”.

Cesare Battisti partecipò all’assalto al Transatlantico?

No. Nessuno ha mai asserito questo. Si trattò di un episodio di delinquenza comune.

Cesare Battisti partecipò all’uccisione di Torregiani?

No. Anche questa circostanza – affermata in un primo tempo – venne poi totalmente esclusa. Altrimenti sarebbe stato impossibile coinvolgerlo, come poi avvenne, nell’uccisione del macellaio Lino Sabbadin, avvenuta in provincia di Udine lo stesso 16 febbraio 1979, quasi alla stessa ora.

Eppure è stato fatto capire che Cesare Battisti abbia ferito uno dei figli adottivi di Torregiani, Alberto, rimasto poi paraplegico.

E’ assodato che Alberto Torregiani fu ferito per errore dal padre, nello scontro a fuoco con gli attentatori.

I media insistono nell’indicare Cesare Battisti come l’uccisore di Torregiani, spesso addirittura dicono che è stato lui a ferire Alberto e a ridurlo in sedia a rotelle. Alberto non rettifica mai, nemmeno per amore di precisione. Non rettifica mai nemmeno Spataro. Perché?

Ciò è inspiegabile. Gli assassini reali (Sebastiano Masala, Sante Fatone, Gabriele Grimaldi e Giuseppe Memeo) furono catturati poco tempo dopo l’agguato, e hanno scontato condanne più o meno lunghe.

Il procuratore Armando Spataro, ne Il Corriere della Sera del 23 gennaio 2008, dice che Battisti “giustiziò” Luigi Pietro Torregiani, reo di avere reagito con le armi a una rapina che aveva subito.

Anche questo è inspiegabile. La dinamica dei fatti è molto diversa, Spataro stesso la spiegò altre volte: Torregiani e un collega fecero fuoco, con revolver di grosso calibro, su chi stava rapinando la cassa del ristorante Transatlantico in cui cenavano con amici.

Perché dunque Cesare Battisti viene collegato all’omicidio Torregiani?

Anzitutto perché, per sua stessa ammissione, faceva parte del gruppo che rivendicò l’attentato, i Proletari Armati per il Comunismo. Lo stesso gruppo che rivendicò l’attentato Sabbadin.

Cos’erano i Proletari Armati per il Comunismo (PAC)?

Uno dei molti gruppi armati scaturiti, verso la fine degli anni ’70, dal movimento detto dell’Autonomia Operaia, e dediti a quella che chiamavano “illegalità diffusa”: dagli “espropri” (banche, supermercati) alle rappresaglie contro le aziende che organizzavano lavoro nero, fino, più raramente, a ferimenti e omicidi.

I PAC somigliavano alle Brigate Rosse?

No. Come tutti i gruppi autonomi non puntavano né alla costruzione di un nuovo partito comunista, né a un rovesciamento immediato del potere. Cercavano piuttosto di assumere il controllo del territorio, spostandovi i rapporti di forza a favore delle classi subalterne, e in particolare delle loro componenti giovanili. Questo progetto, comunque lo si giudichi (certamente non ha funzionato), non collimava con quello delle BR.

Il procuratore Spataro ha detto che gli aderenti ai PAC non superavano la trentina.

Gli indagati per appartenenza ai PAC furono almeno 60. La componente maggiore era rappresentata da giovani operai. Seguivano disoccupati e insegnanti. Gli studenti erano tre soltanto. La sigla PAC fu comunque usata da altri raggruppamenti.

Trenta o sessanta fa poca differenza.

Ne fa, invece. Cambiano le probabilità di partecipazione alle scelte generali dell’organizzazione, e anche alle azioni da questa progettate. Teniamo presente che, se le rapine attribuite ai PAC sono decine, gli omicidi sono quattro. La partecipazione diretta a uno di questi diviene molto meno probabile, se si raddoppia il numero degli effettivi.

Cesare Battisti era il capo dei PAC, o uno dei capi?

No. Questa è una pura invenzione giornalistica. Né gli atti del processo, né altri elementi inducono a considerarlo uno dei capi. Del resto, non aveva un passato tale – come ex ladruncolo e teppista di periferia, privo di formazione ideologica – da permettergli di ricoprire un ruolo del genere. Era un militante tra i tanti.

In sede processuale Battisti fu però giudicato tra gli “organizzatori” dell’omicidio Torregiani.

In via deduttiva. Secondo il dissociato Arrigo Cavallina, avrebbe partecipato a riunioni in cui si era discusso del possibile attentato, senza esprimere parere contrario. Solo con l’entrata in scena del pentito Mutti – dopo che Battisti, condannato a dodici anni e mezzo, era evaso dal carcere e fuggito in Messico – l’accusa si precisò, ma ancora una volta per via deduttiva. Poiché Battisti era accusato da Mutti di avere svolto ruoli di copertura nell’omicidio Sabbadin, e poiché gli attentati Torregiani e Sabbadin erano chiaramente ispirati a una stessa strategia (colpire i negozianti che uccidevano i rapinatori), ecco che Battisti doveva essere per forza di cose tra gli “organizzatori” dell’agguato a Torregiani, pur senza avervi partecipato di persona.

Eppure, di tutti i crimini attribuiti a Battisti, quello cui si dà più rilievo è proprio il caso Torregiani.

Forse si prestava più degli altri a un uso “spettacolare” (si veda l’impiego ricorrente nei media di Alberto Torregiani, non sempre pronto, per motivi anche comprensibili, a rivelare chi lo ferì). O forse – visto chi ci governa e le proposte formulate qualche anno fa dal ministro Castelli, in tema di autodifesa da parte dei negozianti – era l’episodio meglio capace di fare vibrare certe corde nell’elettorato di riferimento.

Comunque, chi difende Battisti ha spesso giocato la carta della “simultaneità” tra il delitto Torregiani e quello Sabbadin, mentre Battisti è stato accusato di avere “organizzato” il primo ed “eseguito” il secondo.

Ciò si deve all’ambiguità stessa della prima richiesta di estradizione di Battisti (1991), alle informazioni contraddittorie fornite dai giornali (numero e qualità dei delitti variano da testata a testata), al silenzio di chi sapeva. Non dimentichiamo che Armando Spataro ha fornito dettagli sul caso – per meglio dire, un certo numero di dettagli – solo dopo che la campagna a favore di Cesare Battisti ha iniziato a contestare il modo in cui furono condotti istruttoria e processo. Non dimentichiamo nemmeno che il governo italiano ha ritenuto di sottoporre ai magistrati francesi, alla vigilia della seduta che doveva decidere della nuova domanda di estradizione di Cesare Battisti, 800 pagine di documenti. E’ facile arguire che giudicava lacunosa la documentazione prodotta fino a quel momento. A maggior ragione, essa presentava lacune per chi intendeva impedire che Battisti fosse estradato.

La simultaneità fra il delitto Sabbadin e quello Torregiani dimostra un’unica ideazione.

Ma andrebbe provato che Battisti partecipò effettivamente all’uccisione di Sabbadin. Inizialmente, il pentito Mutti incolpò Battisti di avere sparato al macellaio. Purtroppo per lui, il militante dei PAC Diego Giacomin si dissociò e rivelò di essere stato lui stesso a uccidere il negoziante. Non fece altri nomi. Una complice, non menzionata da Mutti, fu condannata all’ergastolo. Vive oggi in Francia

Comunque, quello a Cesare Battisti e agli altri accusati del delitto Torregiani fu un processo regolare.

No, non lo fu, e dimostrarlo è piuttosto semplice.

Perché il processo Torregiani, poi allargato all’intera vicenda dei PAC, non fu regolare?

Precisiamo: non fu regolare se non nel quadro delle distorsioni della legalità introdotte dalla cosiddetta “emergenza”. Sotto il profilo del diritto generale, il processo fu viziato da almeno tre elementi: il ricorso alla tortura per estorcere confessioni in fase istruttoria (2), l’uso di testimoni minorenni o con turbe mentali, la moltiplicazione dei capi d’accusa in base alle dichiarazioni di un pentito di incerta attendibilità. Più altri elementi minori.

I magistrati torturarono gli arrestati?

No. Fu la polizia a torturarli. Vi furono ben tredici denunce: otto provenienti da imputati, cinque da loro parenti. Non un fatto inedito, ma certo fino a quel momento insolito, in un’istruttoria di quel tipo. I magistrati si limitarono a ricevere le denunce, per poi archiviarle.

Forse le archiviarono perché non si era trattato di vere torture, ma di semplici pressioni un po’ forti sugli imputati.

Uno dei casi denunciati più di frequente fu quello dell’obbligo di ingurgitare acqua versata nella gola dell’interrogato, a tutta pressione, tramite un tubo, mentre un agente lo colpiva a ginocchiate nello stomaco. Tutti denunciarono poi di essere stati fatti spogliare, avvolti in coperte perché non rimanessero segni e poi percossi a pugni o con bastoni. Talora legati a un tavolo o a una panca.

Se i magistrati non diedero seguito alle denunce, forse fu perché non c’erano prove che tutto ciò fosse realmente accaduto.

Infatti il sostituto procuratore Alfonso Marra, incaricato di riferire al giudice istruttore Maurizio Grigo, dopo avere derubricato i reati commessi dagli agenti della Digos da “lesioni” a “percosse” per assenza di segni permanenti sul corpo (in Italia non esisteva il reato di tortura, e non esiste nemmeno ora), concludeva che la stessa imputazione di percosse non poteva avere seguito, visto che gli agenti, unici testimoni, non confermavano. Dal canto proprio il PM Corrado Carnevali, titolare del processo Torregiani, insinuò che le denunce di torture fossero un sistema adottato dagli accusati per delegittimare l’intera inchiesta.

Nulla ci dice che il PM Carnevali avesse torto.

Almeno un episodio non collima con la sua tesi. Il 25 febbraio 1979 l’imputato Sisinio Bitti denunciò al sostituto procuratore Armando Spataro le torture subite e ritrattò le confessioni rese durante l’interrogatorio. Tra l’altro, raccontò che un poliziotto, nel percuoterlo con un bastone, lo aveva incitato a denunciare un certo Angelo; al che lui aveva denunciato l’unico Angelo che conosceva, tale Angelo Franco. La ritrattazione di Bitti non fu creduta, e Angelo Franco, un operaio, fu arrestato quale partecipante all’attentato Torregiani. Solo che pochi giorni dopo lo si dovette rilasciare: non poteva in alcun modo avere preso parte all’agguato. Dunque la ritrattazione di Bitti era sincera, e dunque, con ogni probabilità, anche le violenze con cui la falsa confessione gli era stata estorta. Sisinio Bitti riportò lesioni permanenti ai timpani. Se le era procurate da solo?

Ammesso il ricorso alle sevizie in fase istruttoria, ciò non assolve Cesare Battisti.

No, però dà l’idea del tipo di processo in cui fu implicato. Definirlo “regolare” è a dir poco discutibile. Tra i testi a carico di alcuni imputati figurarono anche una ragazzina di quindici anni, Rita Vitrani, indotta a deporre contro lo zio; finché le contraddizioni e le ingenuità in cui incorse non fecero capire che era psicolabile (“ai limiti dell’imbecillità”, dichiararono i periti) (3). Figurò anche un altro teste, Walter Andreatta, che presto cadde in stato confusionale e fu definito “squilibrato” e vittima di crisi depressive gravi dagli stessi periti del tribunale.

Pur ammettendo il quadro precario dell’inchiesta, c’è da considerare che Cesare Battisti rinunciò a difendersi. Quasi un’ammissione di colpevolezza, anche se, prima di tacere, si proclamò innocente.

Può sembrare così oggi, ma non allora. Anzi, è vero il contrario. A quel tempo, i militanti dei gruppi armati catturati si proclamavano prigionieri politici, e rinunciavano alla difesa perché non riconoscevano la “giustizia borghese”. Battisti vi rinunciò perché disse di dubitare dell’equità del processo.

Tralasciate violenze e testimonianze poco attendibili in fase istruttoria, il processo fu però condotto a conclusione con equità.

Non proprio. Accusati minori furono colpiti con pene spropositate. Il già citato Bitti, riconosciuto innocente di ogni delitto, fu ugualmente condannato a tre anni e mezzo di prigione per essere stato udito approvare, in luogo pubblico, l’attentato a Torregiani. Era scattato il cosiddetto “concorso morale” in omicidio, direttamente ispirato alle procedure dell’Inquisizione. Il già citato Angelo Franco, pochi giorni dopo il rilascio, fu arrestato nuovamente, questa volta per associazione sovversiva, e condannato a cinque anni. Ciò in assenza di altri reati, solo perché era un frequentatore del collettivo autonomo della Barona.

Secondo Luciano Violante, una certa “durezza” era indispensabile a spegnere il terrorismo. E Armando Spataro sostiene che, a questo fine, l’aggravante delle “finalità terroristiche”, che raddoppiava le pene, si rivelò un’arma decisiva.

Spezzò anche le vite di molti giovani, arrestati con imputazioni destinate ad aggravarsi in maniera esponenziale nel corso della detenzione, pur in assenza di fatti di sangue.

Ciò non vale per Cesare Battisti, condannato all’ergastolo per avere partecipato a due omicidi ed eseguito altri due.

Di Torregiani e Sabbadin si è detto. Veniamo a Santoro e Campagna. Mutti accusa Battisti di essere l’omicida di Santoro, ma poi le prove lo costringono ad ammettere di essere stato lui, l’assassino. L’uccisione dell’agente Campagna avviene dopo che i PAC sono stati sciolti, e un gruppetto di quartiere ne perpetua le gesta. L’assassino si chiama Giuseppe Memeo, reo confesso. Ha sparato con la stessa pistola che aveva ucciso Torregiani. Mutti ne parla per sentito dire. Memeo aveva un complice biondo, altro 1,90. Battisti? Ne parleremo tra poco.
Al termine del processo di primo grado Battisti, arrestato in origine per imputazioni minori (possesso di armi, che peraltro risultarono non avere mai sparato), si trovò condannato a dodici anni e mezzo di prigione. Le condanne all’ergastolo giunsero cinque anni dopo la sua evasione dal carcere. Ma qui è tempo di parlare dei “pentiti” e, soprattutto, del principale pentito che lo accusò. Per poi entrare nel merito degli altri tre delitti.

Vediamo di capire che cos’è un “pentito”.

Se ci riferiamo ai gruppi di estrema sinistra, vengono così chiamati quei detenuti per reati connessi ad associazioni armate che, in cambio di consistenti sconti di pena, rinnegano la loro esperienza e accettano di denunciare i compagni, contribuendo al loro arresto e allo smantellamento dell’organizzazione. Di fatto una figura del genere esisteva già alla fine degli anni ’70, ma entra stabilmente nell’ordinamento giuridico prima con la “legge Cossiga” 6.2.1980 n. 15, poi con la “legge sui pentiti” 29.5.1982 n. 304. Manifesta i pericoli insiti nel suo meccanismo sia prima che dopo questa data.

Quali sarebbero i “pericoli”?

La logica della norma faceva sì che il “pentito” potesse contare su riduzioni di pena tanto più elevate quante più persone denunciava; per cui, esaurita la riserva delle informazioni in suo possesso, era spinto ad attingere alle presunzioni e alle voci raccolte qui e là. Per di più, la retroattività della legge incitava a delazioni indiscriminate anche a distanza di molti anni dai fatti, quando ormai erano impossibili riscontri materiali.

Esistono esempi di questi effetti perversi?

Il caso più clamoroso fu quello di Carlo Fioroni, che, minacciato di ergastolo per il sequestro a fini di riscatto di un amico, deceduto nel corso del rapimento, accusò di complicità Toni Negri, Oreste Scalzone e altre personalità dell’organizzazione Potere Operaio, sgravandosi della condanna. Ma anche altri pentiti, quali Marco Barbone (oggi collaboratore di quotidiani di destra), Antonio Savasta, Pietro Mutti, Michele Viscardi ecc. seguitarono per anni a spremere la memoria e a distillare nomi. Ogni denuncia era seguita da arresti, tanto che la detenzione diventò arma di pressione per ottenere ulteriori pentimenti. Purtroppo ciò destò scandalo solo in un secondo tempo, quando la logica del pentitismo, applicata al campo della criminalità comune, provocò il caso Tortora e altri meno noti.

Pietro Mutti fu l’accusatore principale di Cesare Battisti. Chi era?

Fu, per sua stessa confessione, il fondatore dei PAC. Figurò tra gli imputati del processo Torregiani, sebbene latitante, e l’accusa chiese per lui otto anni di prigione. Fu catturato nel 1982 (dopo che Battisti era già evaso), a seguito della fuga dal carcere di Rovigo, il 4 gennaio di quell’anno, di alcuni militanti di Prima Linea. Mutti fu tra gli organizzatori dell’evasione. Era stato compagno di cella di Battisti, quando questi era in carcere per reati comuni, e autore della sua politicizzazione (un ruolo curiosamente poi rivendicato dal dissociato Arrigo Cavallina).

Di quali delitti Mutti, una volta pentito, accusò Battisti?

Tralasciando reati minori, per tre omicidi. Battisti (con una complice e con lo stesso Mutti, che sulle prime cercò di negare la sua presenza) avrebbe direttamente assassinato, il 6 giugno 1978, il maresciallo degli agenti di custodia del carcere di Udine Antonio Santoro, che i PAC accusavano di maltrattamenti ai detenuti. Avrebbe direttamente assassinato a Milano, il 19 aprile 1979, l’agente della Digos Andrea Campagna, che aveva partecipato ai primi arresti legati al caso Torregiani. Tra i due delitti avrebbe preso parte, senza sparare direttamente ma comunque con ruoli di copertura, al già citato omicidio del macellaio Lino Sabbadin di Santa Maria di Sala. Di tutto ciò si è già discusso.

L’omicidio Sabbadin è tra quelli di cui più si è parlato. In un’intervista al gruppo di estrema destra francese Bloc Identitaire, il figlio di Lino Sabbadin, Adriano, ha dichiarato che gli assassini del padre sarebbero stati i complici del rapinatore da questi ucciso.

O la sua risposta è stata male interpretata, o ha dichiarato cosa che non risulta da alcun atto. Meglio tralasciare le dichiarazioni dei congiunti delle vittime, la cui funzione, nel corso degli ultimi quattro anni, è stata essenzialmente spettacolare.

Cesare Battisti è colpevole o innocente dei tre omicidi di cui lo accusò Mutti?

Lui si dice innocente, anche se si fa carico della scelta sbagliata in direzione della violenza che, in quegli anni, coinvolse lui e tanti altri giovani. Qui però non è questione di stabilire l’innocenza o meno di Battisti. E’ invece questione di vedere se la sua colpevolezza fu mai veramente provata, nonché di verificare, a tal fine, se l’iter processuale che condusse alla sua condanna possa essere giudicato corretto. In caso contrario, non si spiegherebbe l’accanimento con cui il governo italiano, con il sostegno anche di nomi illustri dell’opposizione, ha cercato di farsi riconsegnare Battisti prima dalla Francia e oggi dal Brasile.

A parte le denunce di Mutti, emersero altre prove a carico di Battisti, per i delitti Santoro, Sabbadin (sia pure in ruolo di copertura) e Campagna?

No. Quando oggi i magistrati parlano di “prove”, si riferiscono all’incrocio da loro effettuato tra le dichiarazioni di vari pentiti (Mutti e altri minori) e gli indizi indirettamente forniti dai “dissociati”, tipo Cavallina.

Armando Spataro continua ad asserire che prove e riscontri vi sarebbero.

Continua a dirlo, ma non specifica mai quali.

Cosa si intende per “dissociato”?

Chi prenda le distanze dall’organizzazione armata cui apparteneva e confessi reati e circostanze che lo riguardino, senza però accusare altri. Ciò comporta uno sconto di pena, anche se ovviamente inferiore a quello di un pentito.

In che senso un dissociato può fornire indirettamente indizi?

Per esempio se afferma di non avere partecipato a una riunione perché contrario a una certa azione che lì veniva progettata, pur senza dire chi c’era. Se nel frattempo un pentito ha detto che X partecipò a quella riunione, ecco che X figura automaticamente tra gli organizzatori.

Cosa c’è che non va, in questa logica?

C’è che sia la denuncia diretta del pentito, che l’indizio fornito dal dissociato, provengono da soggetti allettati dalla promessa di un alleggerimento della propria detenzione. La loro lettura congiunta, se mancano i riscontri, è effettuata dal magistrato che la sceglie tra varie possibili. Inoltre è comunque il pentito, cioè colui che ha incentivi maggiori, a essere determinante. Tutto ciò in altri paesi (non totalitari) sarebbe ammesso in fase istruttoria, e in fase dibattimentale per il confronto con l’accusato. Non sarebbe mai accettato con valore probatorio in fase di giudizio. In Italia sì.

Nel caso di Battisti mancano altri riscontri?

Vi sono solo dei riconoscimenti di testi che lo stesso magistrato Armando Spataro ha definito poco significativi.

Eppure dice che “le confessioni di Mutti (…) sono state convalidate da molte testimonianze e dalle successive dichiarazioni di altri ex terroristi” (Il Corriere della Sera, 23 gennaio 2009).

Si tratta sempre di Mutti e di Cavallina. Quanto ai testi, basti dire che l’autore del delitto Santoro aveva la barba (e qui ci siamo, Mutti parla di una barba finta), era biondo (Battisti avrebbe potuto tingersi i capelli) ed era alto 1,90 (qui non ci siamo più: Battisti supera di poco l’1,60).

Ma il pentito Pietro Mutti non può essere ritenuto credibile? Vi sono motivi per asserire che sia mai caduto nel meccanismo “Quanto più confesso, tanto meno resto in prigione”?

Emerge dal dibattimento che condusse a una sentenza di Cassazione del 1993. Citiamo testualmente:
“Questo pentito è uno specialista nei giochi di prestigio tra i suoi diversi complici, come quando introduce Battisti nella rapina di viale Fulvio Testi per salvare Falcone (…) o ancora Lavazza o Bergamin in luogo di Marco Masala in due rapine veronesi”.
Più sotto:
“Del resto, Pietro Mutti utilizza l’arma della menzogna anche a proprio favore, come quando nega di avere partecipato, con l’impiego di armi da fuoco, al ferimento di Rossanigo o all’omicidio Santoro; per il quale era d’altra parte stato denunciato dalla DIGOS di Milano e dai CC di Udine. Ecco perché le sue confessioni non possono essere considerate spontanee”.
Teniamo inoltre conto che Mutti, colpevole di omicidi e rapine, ha scontato solo otto anni di prigione. Un privilegio condiviso con l’uccisore di Walter Tobagi (anche quel caso, su cui permangono molti dubbi, fu istruito da Armando Spataro), con il pluri-omicida Michele Viscardi e con molti altri pentiti.

Ci sono altri motivi per dubitare della sincerità di Mutti?

Sì. Le denunce di Pietro Mutti non riguardarono solo Battisti e i PAC, ma furono a 360 gradi, e si indirizzarono nelle direzioni più svariate. La più clamorosa riguardò l’OLP di Yasser Arafat, che avrebbe rifornito di armi le Brigate Rosse. In particolare, elencò Mutti, “tre fucili AK47, 20 granate a mano, due mitragliatrici FAL, tre revolver, una carabina per cecchini, 30 chilogrammi di esplosivo e 10.000 detonatori” (mica tanto, a ben vedere, a parte il numero incongruo dei detonatori; mancava solo che Arafat consegnasse una pistola ad aria compressa). Il procuratore Carlo Mastelloni poté, sulla base di questa preziosa rivelazione, aggiungere un fascicolo alla sua “inchiesta veneta” sui rapporti tra terroristi italiani e palestinesi, e chiamò persino in giudizio Yasser Arafat. Poi dovette archiviare il tutto, perché Arafat non venne e il resto si sgonfiò.

Ciò ha a che vedere con le armi, provenienti dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, mercanteggiate nel 1979 da tale Maurizio Follini, che Armando Spataro dice essere stato militante dei PAC?

Questo Follini era mercante d’armi e, secondo alcuni, spia sovietica. Fu tirato in ballo da Mutti, ma in relazione ad altri gruppi. Meglio stendere un velo pietoso. Dopo avere notato, però, quanto le rivelazioni di Mutti tendessero al delirio.

Mutti non sarà attendibile per altre inchieste, ma nulla ci garantisce che, almeno sui PAC, non dicesse la verità.

Nulla ce lo dice, infatti, se non un dettaglio. Nel 1993, la Cassazione ha mandato assolta una coimputata di Battisti (nel delitto Santoro), anche lei denunciata da Mutti. Parlo del 1993. Per dieci anni la magistratura aveva creduto, a suo riguardo, alle accuse del pentito. Ciò dovrebbe commentarsi da solo.

Anche ammesso che il processo che ha portato alla condanna di Cesare Battisti sia stato viziato da irregolarità e imperniato sulle deposizioni di pentiti poco credibile, è certo che Battisti ha potuto difendersi nei successivi gradi di giudizio.

Non è così, almeno per quanto riguarda il processo d’appello del 1986, che modificò la sentenza di primo grado e lo condannò all’ergastolo. Battisti era allora in Messico e ignaro di ciò che avveniva a suo danno in Italia.

Il magistrato Armando Spataro ha detto che, per quanto sfuggito di sua iniziativa alla giustizia italiana, Battisti poté difendersi in tutti i gradi di processo attraverso il legale da lui nominato.

Ciò è vero solo per il periodo in cui Battisti si trovava ormai in Francia, e dunque vale essenzialmente per il processo di Cassazione che ebbe luogo nel 1991. Non vale per il processo del 1986, che sfociò nella sentenza della Corte d’Appello di Milano del 24 giugno di quell’anno. A quel tempo Battisti non aveva contatti né col legale, pagato dai familiari, né con i familiari stessi.

Questo lo dice lui.

Be’, lo dice anche l’avvocato Giuseppe Pelazza di Milano, che si assunse la difesa, e lo dicono i familiari. Ma certamente si tratta di testimonianze di parte. Resta il fatto che Battisti non ebbe alcun confronto con il pentito Mutti che lo accusava. Si era sottratto al carcere, d’accordo; però il dato oggettivo è che non poté intervenire in un procedimento che commutava la sua condanna da dodici anni di prigione in due ergastoli (nessun altro imputato nel processo ebbe una condanna simile, inclusi gli assassini di Torregiani!), e gli attribuiva l’esecuzione di due omicidi, la partecipazione a svariato titolo ad altri due, alcuni ferimenti e una sessantina di rapine (cioè l’intera attività dei PAC). Questo era ed è ammissibile per la legge italiana, ma non per la legislazione di altri paesi che, pur prevedendo la condanna in contumacia, impone la ripetizione del processo qualora il contumace sia catturato.

Ma Battisti sottoscrisse delle deleghe ai suoi legali, perché lo rappresentassero, lui contumace.

E’ stato ampiamente dimostrato, dai periti di parte, però scelti tra quelli della Corte di Parigi, che le firme furono falsificate (forse a fin di bene). Le deleghe erano in bianco, e furono redatte nel 1981.

Battisti asserisce la propria innocenza, salvo fatti minori attribuibili ai PAC, senza fornire prove concrete.

Ma Battisti non è tenuto a provare nulla! L’onere della prova spetta a chi lo accusa. Quanto alla sostanza della questione, vediamo di ricapitolarla: 1) un’istruttoria che nasce da confessioni estorte con metodi violenti; 2) una serie di testimonianze di elementi incapaci per età o facoltà mentali; 3) una sentenza esageratamente severa; 4) un aggravio della stessa sentenza dovuta all’apparizione tardiva di un “pentito” che snocciola accuse via via più gravi e generalizzate. Il tutto nel quadro di una normativa inasprita e finalizzata al rapido soffocamento di un sommovimento sociale di largo respiro, più ampio delle singole posizioni.

Ciò non toglie che gran parte della sinistra sia compatta nel sostegno a un magistrato come Armando Spataro, e sia unanime nel richiedere al Brasile l’estradizione.

Questo è un problema della sinistra, appunto. C’è da chiedersi se sia a conoscenza di ciò che non il solo Spataro, ma altri magistrati che come lui furono tra i protagonisti della repressione dei movimenti degli anni ’70 e dei primi anni ’80, pensano dei casi di Adriano Sofri o di Silvia Baraldini. Immagino – o forse spero – che non pochi esponenti della “sinistra” (chiamiamola così) ne resterebbero un po’ scossi. Per non parlare del “malore attivo” (?) a cui Gerardo D’Ambrosio ha attribuito la morte di Giuseppe Pinelli. O del rimbalzo di un proiettile contro un sasso volante che ha ucciso Carlo Giuliani. La denigrazione dei magistrati ha il suo contraltare nella santificazione dei magistrati.

Inutile menare il can per l’aia. Cesare Battisti non ha mai manifestato pentimento.

Il diritto moderno – l’ho già detto – reprime i comportamenti illeciti e ignora le coscienze individuali. Reclamare un pentimento qualsiasi era tipico di Torquemada o di Vishinskij. Il rigetto da parte di Battisti dell’ipotesi di lotta armata è esplicito nei suoi romanzi Le cargo sentimental e Ma cavale, non tradotti in Italia. Essendo uno scrittore, si esprime tramite la scrittura.

Ha persino esultato quando, in Francia, è stato momentaneamente liberato.

Lo farebbe chiunque.

Da perfetto vigliacco, si è sottratto all’estradizione ed è riparato in Brasile, dove è andato a vivere nientemeno che a Copacabana.

Chi conosca Copacabana, sa che oltre la spiaggia e gli alberghi si estendono caseggiati popolari. Lì viveva Battisti. Ma adesso basta con queste stronzate. Battisti è stato tutto ciò che volete, salvo una cosa: non è mai stato ricco. Non è mai stato il prediletto dei salotti di cui favoleggia Panorama. Era il portinaio dello stabile in cui abitava. Si permetteva ogni tanto un caffè al bar di immigrati sotto casa.

Armando Spataro dice, sul numero citato del Corriere della Sera, che Battisti non è mai stato un criminale politico, bensì un delinquente comune, assetato di denaro.

Spataro sovrappone il percorso di Battisti prima della politicizzazione, quando era un semplice delinquente di periferia, a quello successivo. Nessuna delle azioni che gli sono attribuite quale “terrorista”, vere o fasulle, obbediva a fini di lucro personale. Battisti fu un militante dei settori armati di quella che era chiamata “autonomia operaia”. Lo sanno tutti, Spataro incluso. Negare la natura politica dei suoi atti, per indurre il governo brasiliano a concedere l’estradizione, è la menzogna più colossale che circondi la vicenda Battisti. Un delinquente comune non rivendica la sua affiliazione ai “Proletari Armati per il Comunismo”. Del resto, i fascisti, i parafascisti, i post-fascisti dell’Italia odierna citano di continuo la sua posizione di “comunista” quale aggravante. Mentre gli ex-comunisti manifestano nei confronti di Battisti identico orrore, visto che incarna le idee che hanno rinnegato. Non c’è mai stato caso più “politico”, da Valpreda a oggi.

Non si può liquidare così, in una battuta, un problema più complesso.

Esatto. Non si può liquidare così il problema più generale dell’uscita, una buona volta, dal regime dell’emergenza, con le aberrazioni giuridiche che ha introdotto nell’ordinamento italiano. Ma ciò può essere oggetto di altre FAQ, che prescindano dal caso specifico fin qui trattato. Quanto agli accusatori, che gridano a squarciagola “dagli all’assassino!”, osservino le proprie mani. Sono abbondantemente macchiate di sangue. Hanno applaudito un poco tutto, a cominciare dai bombardamenti su Belgrado, fino ad arrivare alle stragi in Libano e a Gaza. Si sono arrossate negli applausi a “missioni umanitarie” condite da massacri. Hanno dato il via libera all’eliminazione sociale dei soggetti deboli, sul mercato del lavoro. Davvero, oggi, i “nemici dell’umanità” si chiamano Battisti o Petrella?

NOTE 1) Cfr. I. Mereu, Storia dell’intolleranza in Europa. Sorvegliare e punire, l’Inquisizione come modello di violenza legale, Bompiani, 1988. 2) L’uso della tortura, nei processi contro i terroristi di sinistra fra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, è scrupolosamente documentato nel volume Le torture affiorate, coll. Progetto Memoria, ed. Sensibili alle foglie, 1998. 3) Su Panorama del 25 gennaio 2009 il giornalista Amadori, sentita la famiglia, mette in dubbio la labilità della memoria di Rita Vetrani – chiamata a testimoniare, lei minorenne, contro lo zio. I referti dei periti, poco contestabili, sono riportati testualmente in L. Grimaldi, Processo all’istruttoria, Milano Libri, Milano, 1981. ***APPENDICE
Le domande assurde di Panorama a cui Battisti non rispondeLe domande assurde di Panorama a cui Battisti non risponde
Su Panorama del 12 febbraio 2009, il giornalista Giacomo Amadori ha elencato una serie di domande, raccolte tra i magistrati e gli ex compagni, cui Cesare Battisti non saprebbe o non vorrebbe rispondere. Ebbene, ci proviamo noi, quale appendice alle nostre FAQ. Qualche considerazione in chiusura.

Pubblicato Gennaio 30, 2009

Cesare Battisti: quello che i media non dicono

di Wu Ming 1

” Non posso nascondere la mia amarezza vedendo riemergere certe accuse alla magistratura italiana che, come disse allora Pertini, tanto contribuì a fermare il terrorismo, rispettando la costituzione e le regole del processo.”
Armando Spataro, La Repubblica, 8 marzo 2004

“Di fronte ad una situazione d’emergenza […] Parlamento e Governo hanno non solo il diritto e potere, ma anche il preciso ed indeclinabile dovere di provvedere, adottando una apposita legislazione d’emergenza”
Sentenza 15/1982 della Corte costituzionale.

Dopo la messa in libertà vigilata di Cesare Battisti, in quel di Parigi, i media italiani si sono scatenati, rovesciando sull’opinione pubblica tutto il metallo fuso per anni negli altiforni del rancore, della vendetta, dell’ossessione securitaria.
E’ impossibile fare un resoconto di tutte le distorsioni e le falsità scritte e trasmesse nell’ultima settimana. Non c’è articolo, per quanto breve, che non ne contenga decine. Persino i dettagli apparentemente insignificanti sono sbagliati. Episodi e personaggi che nulla c’entrano col caso in oggetto vengono gettati nel calderone per intorbidire la brodazza, scatenare il panico morale, impedire a ogni costo l’uso della ragione.
Un killeraggio mediatico come non se ne vedevano da parecchio tempo, al quale è faticosissimo opporre argomenti ed elementi concreti, ricostruzioni storiche minimamente approfondite.
Eppure non si può rinunciare a esercitare la ragione, non ci si può chinare e coprire la testa con le mani in attesa che passi la burrasca. Fosse anche un’impresa disperata, occorre esercitare la ragione contro il fanatismo.
Non va taciuto che, in questo Paese, chi continua a opporsi agli scoppi di emergenze strumentali è destinato a sentirsi solo: è una di quelle campagne in cui devi coprirti su entrambi i fianchi, il destro (ça va sans dire) e il sinistro. Da entrambe le parti, gli argomenti (anche se è difficile chiamarli così) sono i medesimi.
La cosa non deve sorprendere: parlare di emergenza-terrorismo significa tornare su storture giuridiche, strappi costituzionali e prassi inquisitorie che il PCI di fine anni Settanta (quello del “compromesso storico” e della “solidarietà nazionale”) sostenne con entusiasmo e abnegazione. La stessa gente, oggi, dirige il centrosinistra. O meglio, dirige quella parte di centrosinistra che, a mo’ di struzzo, ha da poco messo la testa sotto la sabbia irachena, non votando contro la partecipazione dell’Italia all’occupazione neo-coloniale della Mesopotamia.
La stessa gente ha da tempo delegato a una sezione di magistratura inquirente le fatiche di un’opposizione al governo B******** che in Parlamento non si è in grado di condurre (quando proprio non ci si rifiuta di farlo per inseguire il “dialogo”, la “responsabilità di fronte alle istituzioni” e l’inciucio bipartisan del momento).
Molte “toghe rosse” (come le chiama B********) sono le stesse che istruirono e condussero i grandi processi contro il terrorismo (vero e presunto: nel tritacarne ci finirono anche i movimenti di quegli anni). A sinistra è tuttora egemone la visione della storia di chi scrisse e approvò le leggi d’emergenza, e di chi rappresentava l’accusa ai processi che ne derivarono.
Non è sorprendente che chi prese e difese posizioni tanto drastiche allora sia poco disposto a tornarci sopra oggi per darsi qualche torto, o almeno rimettere in prospettiva le ragioni. Anche perché a destra ci si dà impudicamente al grand guignol, si sparano le frattaglie con l’obice per inzaccherare di sangue tutto il campo della discussione, si strofinano con le cipolle gli occhi dei telespettatori. Con l’arma dell’emozione incontrollata e del ricatto morale, si richiama all’ordine la sinistra “riformista”, la si spinge a condannare la sinistra “radicale”, a dividere il campo dell’opposizione. Non che i “riformisti” abbiano bisogno di troppe spinte…
In questo modo, però, si condanna il Paese all’eterna paura dei fantasmi del passato, passato che in realtà non passa ed è evocato per motivi di bassa cucina politico-elettorale.

1. Le leggi speciali 1974-82

“Questo libro l’ho scritto con rabbia. L’ho scritto tra il 1974 e il 1978 come contrappunto ideologico alla legislazione sull’emergenza. Volevo documentare quanto fosse equivoco fingere di salvare lo Stato di Diritto trasformandolo in Stato di polizia.”
Italo Mereu, Prefazione alla seconda edizione di Storia dell’intolleranza in Europa, corsivo mio.

Chi dice che il terrorismo fu combattuto senza rinunciare alla Costituzione e alle garanzie per l’imputato è disinformato oppure mente. La Costituzione e la civiltà giuridica furono sbrindellate decreto dopo decreto, istruttoria dopo istruttoria.
Il decreto-legge n.99 dell’11/4/1974 aumentò a otto anni la carcerazione preventiva, vera e propria “pena anticipata” contraria alla presunzione d’innocenza (art.27 comma 2 della Costituzione).
La legge n.497 del 14/10/1974 reintrodusse l’interrogatorio del fermato da parte della polizia giudiziaria, abolito nel 1969.
La legge n.152 del 22/5/1975 (“Legge Reale”) all’art.8 rese possibile la perquisizione personale sul posto senza l’autorizzazione di un magistrato, nonostante la Costituzione (art.13, comma 2) non ammetta “alcuna forma di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge”.
Da quel momento le forze dell’ordine poterono (e possono tuttora) perquisire persone il cui “atteggiamento” o la cui presenza in un dato posto non apparissero “giustificabili”, anche se la Costituzione (art.16) dice che il cittadino è libero di “circolare liberamente” dove gli pare.
La “legge Reale” conteneva molti altre innovazioni liberticide, ma non è questa la sede per esaminarle.
Un decreto interministeriale del 4/5/1977 istituì le “carceri speciali”. Per chi ci finiva dentro non valeva la riforma carceraria di due anni prima. Il trasferimento in una di quelle strutture era a totale discrezione dell’amministrazione carceraria, non c’era bisogno del parere del giudice di sorveglianza. Si trattava addirittura di un peggioramento del regolamento carcerario fascista del 1931: all’epoca, solo il giudice di sorveglianza poteva mandare un detenuto alla “casa di rigore”. La rete delle carceri speciali divenne presto una zona franca, di arbitrio e negazione dei diritti dei detenuti: lontananza dalla residenza delle famiglie; visite e colloqui a discrezione della direzione; trasferimenti improvvisi per impedire socializzazioni, divieto di possedere francobolli (l’Asinara); isolamento totale in celle insonorizzate, ciascuna con un cortiletto per l’ora d’aria separato dagli altri (Fossombrone); quattro minuti per fare la doccia (l’Asinara), sorveglianza continua e perquisizioni corporali quotidiane; privazione di ogni contatto umano anche visivo tramite citofoni e completa automazione di porte e cancelli etc.
Questi erano i posti in cui gli inquisiti, a norma di legge ancora innocenti, scontavano la carcerazione preventiva. La Costituzione, all’art. 27 comma 3, recita: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Verso quale rieducazione tendeva il trattamento appena descritto?
La legge n.534 dell’8/8/1977, art.6, limitò le possibilità da parte della difesa di dichiarare nullo un processo per violazione delle garanzie dell’imputato, e rendendo più sbrigativo il sistema delle notifiche facilitò l’avvio di processi in contumacia (in contrasto con il diritto di difesa e contro la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che è del 1954).
Il “decreto Moro” del 21/3/1978, oltre ad autorizzare il fermo di polizia di ventiquattro ore a fini di identificazione, eliminò il limite di durata delle intercettazioni telefoniche, rese le intercettazioni legali anche senza permesso scritto del magistrato, le ammise come prove anche in processi diversi da quello per cui le si era autorizzate, infine rese autorizzabili intercettazioni “preventive”, anche in assenza di indizi di reato. Inutile ricordare che la Costituzione (art.15) definisce inviolabile la corrispondenza “e ogni altra forma di comunicazione” se non per “atto motivato” dell’autorità giudiziaria “con le garanzie stabilite dalla legge”.
Il 30/8/1978 il governo (violando l’art.77 della Costituzione) emanò un decreto segreto, che non fu trasmesso al Parlamento, e venne pubblicato sulla “Gazzetta ufficiale” soltanto un anno dopo. Il decreto dava al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa – senza togliergli l’incarico di garantire l’ordine nelle carceri – poteri speciali per combattere il terrorismo.
Il decreto del 15/12/1979 (divenuto poi la “legge Cossiga”, n.15 del 6/2/1980), oltre a introdurre nel codice penale il famoso art. 270bis [1], autorizzò, per i reati di “cospirazione politica mediante associazione” e di “associazione per delinquere”, il fermo di polizia preventivo della durata di 48 ore, più altre 48 ore a disposizione per giustificare il provvedimento. Per quattro lunghi giorni un cittadino _sospettato di essere in procinto di cospirare_, poteva rimanere in balìa della polizia giudiziaria senza l’obbligo di informare il suo avvocato. Durante quel periodo poteva essere interrogato e perquisito, e in molti casi si è parlato di violenze fisiche e psicologiche (Amnesty International protestò diverse volte). Tutto questo all’art.6, una norma straordinaria della durata di un anno.
All’art.9 la legge rendeva possibili le perquisizione “per causa d’urgenza” anche senza mandato. La Costituzione, art.14, recita: “Il domicilio è inviolabile. Non vi si possono eseguire ispezioni o perquisizioni o sequestri, se non nei casi e nei modi stabiliti dalla legge secondo le garanzie prescritte per la tutela della libertà personale” (corsivo mio). Che tutela della libertà c’è in un sistema dove viene legalizzato l’arbitrio, il “tiramento di culo” del poliziotto, la facoltà di decidere sul momento se per una perquisizione sia necessario o meno un mandato?
All’art.10, i termini della carcerazione preventiva per reati di terrorismo venivano estesi di un terzo per ogni grado di giudizio. In quel modo, fino alla Cassazione, si poteva arrivare a dieci anni e otto mesi di detenzione in attesa di giudizio! All’art.11, si introduceva un grave elemento di retroattività della legge, ordinando di applicare i nuovi termini della carcerazione preventiva anche ai procedimenti già in corso. Il fine era chiaro: impedire che decorressero i termini, e che centinaia di sepolti vivi attendessero il giudizio a piede libero.
La “legge sui pentiti” (n.304 del 29/5/1982) coronò la legislazione d’emergenza concedendo sconti di pena ai “pentiti”. Il testo parlava di “ravvedimento”. In un libro che negli ultimi giorni viene citato molto spesso (in Rete, non certo sui media tradizionali), Giorgio Bocca si chiedeva chi fosse mai il “pentito”:

“Uno che per convinzioni politiche si è unito al partito armato e che poi, per ripensamenti politici, se ne è dissociato al punto di combatterlo, o qualsiasi avventurista che prima si diverte a uccidere il prossimo e poi, catturato, scampa alla punizione denunciando tutto e tutti?”

Cito Elio e le storie tese: “Propenderei per la seconda ipotesi / perchè emani un fetore nauseabondo” (dalla canzone Urna, del 1992).
Bocca proseguiva:

“Sono terroristi pentiti quei capetti del terrorismo diffuso che prima hanno plagiato dei ragazzi delle scuole medie, li hanno convinti ad arruolarsi e poi li hanno denunciati per godere delle clemenze giuridiche? Sono ravveduti sinceri quelli che in mancanza di serie delazioni se le inventano? […] Lo stato di diritto non è la morale assoluta, l’osservanza rigorosa delle leggi in ogni circostanza, ma è la distinzione e il reciproco controllo delle funzioni. Nello stato di diritto la polizia può eccedere nei metodi inquisitori, ma il cittadino può ragionevolmente contare sul controllo del giudice sul poliziotto. Ma se si accetta con la legge sui pentiti e simili che giudice e poliziotto siano la stessa cosa, quale controllo sarà possibile? Ma, si dice, la legge sui pentiti è stata efficace, ha ottenuto centinaia di arresti e la fine del terrorismo. Questo è scambiare gli effetti per la causa: non sono i pentiti che hanno sconfitto il terrorismo, ma è la sconfitta del terrorismo che ha creato i pentiti. Ci si dovrebbe chiedere se la legge ha giovato o meno a quel bene supremo di una società democratica che è il sistema delle garanzie. La risposta è che i danni sono stati superiori ai vantaggi, anche se un’opinione pubbica indifferente al tema delle garanzie fino al giorno in cui non è direttamente, personalmente colpita, finge di non accorgersene. Sta di fatto che una notevole parte della magistratura inquirente si è lasciata sedurre dai risultati facili e clamorosi del pentitismo, ha preso per oro colato le dichiarazioni dei pentiti sino a capovolgere il fondamento del diritto, le prove sono state sostituite con i sentito dire. Grandi processi sono stati imbastiti sulle dichiarazioni dei pentiti, centinaia di arresti fatti prima di raccogliere le prove. Un magistrato italiano ha potuto dichiarare a una radio francese a proposito del caso Hyperion… ‘Non ho le prove ma le troverò’. Uomini politici, insegnanti, moralisti non si sono preoccupati delle conseguenze inquisitorie della legge, della infernale catena di delazioni incontrollabili che essa metteva in moto. La reazione delle vittime della delazione è stata, come si poteva prevedere, feroce, una serie di cadaveri ‘infami’ è stata raccolta dalle guardie carcerarie a cose fatte, secondo la legge barbara delle nostre prigioni. Nella fossa dei serpenti tutto è possibile e niente accertabile.”

Chiedo scusa per la lunghezza della citazione, ma credo ne valesse la pena.
La Corte Costituzionale non potè negare che tutte queste leggi fossero da stato d’eccezione: semplicemente decise che, “vista l’emergenza”, andava bene così. Ponzio Pilato ha ancora le mani nel catino.
Non c’è cattiva memoria pubblica che possa rimuovere questa realtà, non c’è ex-PM che riesca a farmi accettare questa barbarie in nome della “Ragion di Stato”, nessuna sinistra legalitaria potrà mai a convincermi della bontà di tutto questo.

2. Terrorismo, coscienza, “guerra preventiva”

 

“E’ proprio lo stato d’animo, il pensiero nascosto e non espresso, la interna disobbedienza che divengono oggetto di indagine, in quanto è all’accertamento di essi che il giudice tende a risalire… Ecco che in processi di questi ultimi anni sono sottoposti al vaglio del giudice penale comportamenti quali la creazione di un collettivo di lavoratori contrapposto al sindacato, l’organizzazione dei seminari autogestiti, la collaborazione, mediante un articolo dal contenuto lecito, a un periodico riconducibile ad una struttura associativa ritenuta illecita; l’intervento in un’assemblea universitaria, e, in genere, rapporti interpersonali manifestatisi attraverso scambi di documenti politici, lettere, telefonate, ecc., tutti dal contenuto penalmente irrilevante.”
Antonio Bevere, “Processo penale e delitto politico, ovvero della moltiplicazione e dell’anticipazione delle pene”, in Critica del diritto n.29-30, Sapere 2000, aprile-settembre 1983

La Costituzione, all’art. 27, comma 1, dice che “la responsabilità penale è personale”.
Eppure il nostro codice penale (che risale al fascismo e nel periodo delle leggi speciali fu peggiorato in più punti) pullula di reati come il “concorso morale” nel reato o la “adesione psichica” allo stesso, nonché di ogni forma di reato associativo che si possa immaginare tra cielo e terra.
Gran parte delle istruttorie sul terrorismo lavorarono soprattutto su questi elementi, oltreché sui sospetti e le intenzioni (il famoso “essere in procinto di”), su un’idea oltremodo estesa del concorso, del favoreggiamento, delle contiguità.
Si arrivò a teorizzare il “fine terroristico” come sussistente “al di là dello scopo immediatamente perseguito dall’agente (omicidio, danneggiamento ecc.)” e di definirlo “reato a forma libera” il cui specifico dolo “offre l’elemento unificatore e l’essenza dei delitti terroristici” (corsivo mio) [2]. In parole povere, terrorista è lo scopo, il fine ultimo, anche a prescindere da fatti concreti. Non c’è quindi da stupirsi se in molti casi si finirono per processare la personalità degli imputati e la loro ideologia, quest’ultima identificabile nel loro essere amici di Tizio e Caio, o nel loro avere ospitato Sempronio.
Terroristi si è, anche a prescindere da ciò che si fa. Terrorista è l’intenzione, contro la quale va combattuta una “guerra preventiva” che è tipica della società del controllo. La “cospirazione” c’è, anche se non ha portato a niente. Si può essere processati per “insurrezione” anche se l’insurrezione non c’è stata: come disse Pietro Calogero, si tratta di un “reato a consumazione anticipata”, cioè – in parole poverissime – il vero reato è volerla, l’insurrezione. Tribunali della coscienza.
Non sono un giurista, eppure mi sembra di poter rinvenire il nucleo ideologico, il “meme” di quest’idea contemporanea di “prevenzione” oltreoceano, nell’Anti-Riot Act dell’11 aprile 1968, ideato e usato contro i movimenti afro-americani e le mobilitazioni per porre fine alla guerra in Vietnam. Tale legge punisce chi, durante uno spostamento sulla rete viaria interstatale, o durante l’uso di infrastrutture della rete viaria interstatale, commetta atti finalizzati a “incitare, organizzare, promuovere, incoraggiare, prendere parte e portare avanti una sommossa [riot]”, o aiuti qualcuno in tale incitazione. Secondo la legge americana, un riot è un assembramento di cinque o più persone che, comportandosi in modo violento o minacciando di farlo, mettano in grave pericolo le persone e la proprietà.
Riassumendo, alcuni esponenti dei movimenti americani furono inquisiti, processati e condannati per aver viaggiato su strade interstatali con l’intenzione di aiutare qualcuno a incitare un assembramento di cinque o più persone che minacciassero di comportarsi in modo da arrecare danni alla proprietà. Spero sia chiara la percezione della grande distanza che separa la persona dal presunto reato.
Sia ben chiaro che non sto dicendo che tutti gli imputati di processi per terrorismo erano estranei a fatti concreti, ci mancherebbe. Tuttavia, molte persone furono processate e condannate non per atti specifici bensì in nome di un’idea astratta di “fattispecie terroristica”. Il proverbiale “processo alle intenzioni” fu reso una realtà dalla Ragion di Stato.
Gli effetti di quella distorsione sull’opinione pubblica perdurano a tutt’oggi.
Non è un caso se quello che maggiormente si rimprovera a Cesare Battisti è il fatto di “non essersi pentito”.
Non è un caso se la crescente mostrificazione mediatica di Cesare Battisti prescinde ormai dai reati per cui fu condannato, e s’incentra sulla sua personalità e il suo stile di vita (di adesso, non di allora): lo si accusa di essere un “vigliacco” perché è fuggito, di essere “un furbo” perché lo protegge “la lobby degli scrittori di sinistra”, lo si aggredisce coi flash all’uscita di prigione per rubare l’immagine “strana”, congelare la smorfia fugace e sbatterla in prima pagina per far vedere che è “brutto, sporco e cattivo”.
Un giornalista de L’Unità si chiede: “Ma Cesare Battisti sarà ancora convinto che sia stato un atto rivoluzionario ammazzare il macellaio Lino Sabbadin o il gioielliere di periferia Pierluigi Torreggiani?”. In un Paese laico, dove realmente vigesse una cultura del diritto e delle garanzie, la “convinzione” di Battisti, la pseudo-indagine psichica sul suo “pentimento”, sarebbe un non-tema, sarebbe del tutto ininfluente.

 

3. Censure e rimozioni della stampa sul caso Battisti

 

Il mio scopo non è dimostrare che Cesare Battisti è innocente. Giudicare non spetta a me né all’opinione pubblica. Ciò che mi preme far capire è che il modo dominante di affrontare questa vicenda soffre di tutte le storture, i vizi di procedura e i nodi irrisolti del periodo dell’emergenza. Sono questi elementi, di cui non si vuol fare piazza pulita, a impedire un confronto razionale, laico e costruttivo.
Le frettolose ricostruzioni della vicenda giudiziaria di Cesare Battisti apparse sulla stampa italiana sono molto lontane dalla realtà dei fatti, e addirittura in contrasto con gli atti delle istruttorie e dei processi. Se addirittura uno dei PM di allora infila nella sua lettera aperta errori grossolani, scrivendo ad esempio che il gioielliere Torregiani aveva ucciso un rapinatore nel proprio negozio anziché al ristorante “Transatlantico” [3], figurarsi i semplici commentatori di versioni di quarta mano.
Tutti, ma proprio tutti, ripetono che Cesare Battisti sparò a Torregiani e a suo figlio tredicenne, costringendo quest’ultimo sulla sedia a rotelle. Alberto Torregiani è stato anche intervistato dalle televisioni, che lo hanno presentato come “vittima di Cesare Battisti”.
Eppure, a detta dello stesso ex-PM di cui sopra, Battisti non faceva parte del commando che uccise Torregiani [4]. Battisti è stato condannato per aver “ideato” e/o “organizzato” quel delitto, conclusione molto difficile da dimostrare, interamente basata su prove indiziarie e testimonianze di “pentiti”. Questa è una delle cose che fa storcere il naso Oltralpe, tanto alla giustizia quanto all’opinione pubblica. Battisti viene indicato da “pentiti” come ugualmente responsabile per due omicidi avvenuti lo stesso giorno alla stessa ora. Di fronte all’evidente impossibilità logica, il quadro si modifica sì da farlo risultare esecutore materiale di uno (delitto Sabbadin) e “ideatore” dell’altro (delitto Torregiani). Inoltre è ritenuto ugualmente responsabile di decine e decine di rapine, e in generale di tutti i reati compiuti dall’organizzazione di cui faceva parte, i Proletari Armati per il Comunismo (gruppo che ebbe vita piuttosto breve).
Chi ignora quanto il nostro diritto (soprattutto quello dell’emergenza- terrorismo) sia incistato di contiguità, complicità e “compartecipazioni” di varia natura, si stupisce e non può che trovare contraddittorio il quadro emerso dalla sentenza.
Ma non sto facendo una controinchiesta, quello che mi preme chiedere è: perché, di fronte alle madornali idiozie dette dai media sul ruolo di Battisti nel delitto Torregiani, il dottor Spataro non ha agito nell’interesse di una corretta informazione e di una maggiore comprensione di quelle vicende, prendendo carta e penna e precisando: “Attenzione, questa cosa non è vera”? Perché, pur sapendo benissimo che Battisti non ha mai sparato a un ragazzino inerme, Spataro non ha smentito gli sciacalli dell’informazione gridata? E’ convinto di aver reso onore alla funzione pubblica che esercita, comportandosi in modo tanto reticente?
Il direttore di un giornale razzista, in una trasmissione televisiva, ha gridato che “Battisti sparò alla schiena all’orefice Torregiani”, premendo sul pedale dell’isteria, descrivendo l’agguato come ancor più vile di quanto ci si potesse immaginare. Ma Battisti non c’era, ce lo conferma il dottor Spataro. Inoltre, Torregiani – che indossava un giubbotto antiproiettile – affrontò il commando e rispose al fuoco. A rendere la tragedia più amara, fu proprio un suo proiettile a colpire il figlio Alberto. Qualche sera prima, Torregiani e un suo cliente di nome Lo Cascio stavano cenando al Transatlantico. Ad un certo punto entrarono due rapinatori armati, che puntando le pistole contro gli avventori cominciarono a derubarli di portafogli, gioielli etc. Comportandosi in modo che – eufemisticamente – definirei “poco cauto”, Torregiani e Lo Cascio estrassero le loro pistole e scatenarono una sparatoria nella quale, oltre a un rapinatore, morì un cliente, che sarebbe ancora vivo se tutti avessero mantenuto i nervi saldi anziché cercare di farsi giustizia da soli.
Questo episodio non giustifica in alcun modo la giustizia sommaria dei PAC, tantopiù che se Torregiani era colpevole di giustizia sommaria, somministrandogli la stessa medicina e facendo colpire un innocente non si fece che replicare quanto lui aveva fatto al ristorante.
Ma appunto, proprio perché non c’è rischio di giustificare l’attentato, perché rimuovere l’episodio da tutte le ricostruzioni del contesto? Perché nascondere il primo anello della catena di eventi?
Forse perché Pierluigi Torregiani non può essere descritto come un essere umano, con le sue contraddizioni e i suoi tragici sbagli, ma solo come un “eroe borghese”, un santo difensore della proprietà, un cavaliere immacolato, in modo da far apparire Battisti ancor più sanguinario e mostruoso?
E ancora: perché omettere di citare le proteste di Amnesty International per il modo in cui furono trattati i sospetti durante il fermo di polizia nell’istruttoria Torregiani? Amnesty International usò l’inequivoco termine “tortura”. Aveva ragione? Aveva torto? Rimuovendo, non lo scopriremo mai.

 

4. Il “mal francese”

 

“Ma come si permettono questi francesi? Pensano di poterci dare delle lezioni?”. Ecco uno dei leitmotiven di questi giorni.
Il rancore nei confronti dell’opinione pubblica francese che non ci vuole restituire un “macellaio”, un “mostro”. Quanto sono boriosi, i “cugini”! Sono Pazzi Questi Galli.
Anziché cercare di capire il punto di vista altrui, si dà per scontato e indiscutibile che abbiamo ragione “noi”. E non ci si rende conto che, mentre li riteniamo colpevoli di farsi gli affari “nostri”, in realtà siamo “noi” che ci facciamo i cazzi loro. Non si capisce perché mai i francesi dovrebbero rinunciare a una consuetudine giuridica pluridecennale, la cosiddetta “Dottrina Mitterrand” (che in realtà è stata rispettata anche dai governi di destra), solo perché il loro ministro Perben ha fatto un accordo col nostro ministro C*******.
Se il ministro della giustizia cinese, o birmano, in barba alla legge italiana che vieta l’estradizione di persone condannate a morte nel loro paese, ottenesse da C******* l’arresto e l’espatrio di un rifugiato (chiamiamolo Chèsáré Xiliren), noi non reagiremmo con forza?
E se venissimo a sapere che un tribunale italiano ha già esaminato la situazione di Xiliren nel 1991, dando un parere contrario all’estradizione, e che nessun nuovo elemento giustifica un secondo arresto e un riesame a distanza di tredici anni?
E se, per soprannumero, nel nostro Paese Chèsaré Xiliren non avesse mai e poi mai commesso un reato, tenendo anzi una condotta impeccabile, dando anche un contributo alla cultura nazionale?
Questo esempio ha un difetto: la Cina e la Birmania non sono nell’Unione Europea. Infatti, molto rancore nei confronti dei francesi si basa sull’idea che i “cugini” stiano ostacolando la formazione dello “spazio giuridico europeo”. Tale critica proviene da un Paese, il nostro, più volte oggetto di critiche e condanne da parte della Corte di Strasburgo, che per più di quarant’anni non ha rispettato la Convenzione europea per quanto concerneva le condanne in contumacia, e che durante e dopo il G8 ha trattenuto in arresto cittadini europei sulla base di accuse inverosimili, attirandosi anche la protesta ufficiale del governo austriaco. Inoltre, al momento l’Italia detiene il primato del governo più “anti-europeista”, e si è fatta ridere dietro tutti i giorni da mane a sera durante il Semestre di presidenza dell’UE. Davvero crediamo noi di poter criticare chicchessìa su questi temi?
Poi c’è chi ha detto: “i francesi sono teneri solo coi terroristi degli altri. I loro invece li trattano malissimo.” Non c’è dubbio. Nonostante le distorsioni dei media nostrani, la Francia non è un paese dove se fai la lotta armata si congratulano dandoti pacche sulle spalle. Ti mettono in galera, come accade in tutto il mondo. La conclusione sarebbe dunque semplice da trarre: la sinistra francese non sta difendendo Battisti perché è stato un terrorista, ma nonostante lo sia stato. L’opposizione all’estradizione va ben oltre Battisti e la sua vicenda umana (benché sia giusto far notare che non delinque da trent’anni e non ha alcun collegamento coi nuovi gruppi lottarmatisti).
La campagna va ben oltre, per i francesi si tratta di difendere un principio, quello del diritto d’asilo, e un punto d’onore, quello della parola data da Mitterrand ai nostri connazionali rifugiati nell’Esagono.

 

5. “Soluzione politica” e amnistia

 

C’è voluto uno scrittore francese, Daniel Pennac, per riuscire a parlare di amnistia sulle pagine di un quotidiano italiano. Probabilmente un nostro connazionale non sarebbe mai riuscito a superare certi “filtri”.
Pennac, intervistato da un quidam, ha detto:

“Con la Repubblica l’amnistia è diventata qualcosa di necessario alla concezione repubblicana della pace sociale. C’è l’esempio della Comune, ma più vicino a noi c’è anche l’amnistia dei membri dell’Oas, che si sono battuti con le bombe e con la violenza contro l’indipendenza algerina. Ma quattro anni dopo la fine della guerra sono stati amnistiati. Erano di estrema destra, hanno ucciso: non ammetto che abbiano ammazzato, ma si dovevano amnistiare […] L’amnistia è il contrario dell’amnesia. Si tratta di chiudere una porta per permettere agli storici di capire un periodo in maniera meno passionale. Mi è difficile ammetterla sentimentalmente, soprattutto se si immaginano le vittime. Il problema non deve però essere considerato dal punto di vista affettivo”.

E’ un invito già caduto nel vuoto, in questo Paese certe cose non si devono affrontare se non a colpi di emozioni e di psicologia delle folle. Si produce ancora isteria sugli anni Quaranta, sulle foibe, sulla “epurazione dal basso” dei fascisti gestita da Volante Rossa e gruppi consimili, figurarsi se si può far partire un dibattito sull’emergenza senza rimuovere tutto quanto esposto sopra. Specialmente oggi, con l’opposizione a B******** dietro i sacchi di sabbia delle trincee giudiziarie (un bel regalo, con tanto di fiocchetto, di certa leadership girotondista).
Eppure bisogna fare il tentativo. Non credo di esagerare affermando che questo Paese non potrà mai cambiare in meglio senza ripensare quanto vi è successo negli anni Settanta. E solo dopo un’amnistia per gli ultimi prigionieri e rifugiati di quelli che la cultura dominante chiama gli “anni di piombo”, solo dopo la soluzione politica di un problema che fu ed è politico e non solo criminale, si può sperare di capire cosa successe e come quegli accadimenti hanno condizionato la vita pubblica italiana.

 

Bologna, 8-9 marzo 2004

 

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COMMEMORAZIONE FASCISTA AUTORIZZATA

E GIORNALISTI PICCHIATI

In merito alla aggressione fascista del giornalista e del fotografo del settimanale L’Espresso, avvenuta a Roma lo scorso 7 gennaio in occasione della commemorazione di Acca Laurentia, corre l’obbligo  fare alcune considerazioni. Il mondo giornalistico e politico si è giustamente indignato esprimendo ampia solidarietà alle due vittime della violenza squadrista; ennesime vittime ed ennesimi giornalisti colpiti. A fronte della gravità dei fatti è però passato inosservato o in secondo piano il fatto che un manipolo di nostalgici fascisti in camicia nera, braccio teso e simboli nazisti abbia potuto, in modo indisturbato e autorizzato, manifestare pubblicamente in barba a tutte le norme di legge a partire dalla Costituzione.

Ancora una volta, le forze dell’ordine presenti hanno garantito ai fascisti la piena agibilità politica in maniera plateale. Lo stesso Ministro degli Interni affermando che i violenti vanno puniti e senza specificarne la matrice politica ha palesemente tentato, come sempre, di ridurre l’episodio alla semplice scazzottata tra balordi.

Acca Larentia è il nome della via di Roma dove il 7 gennaio del 1978 vennero giustiziati due militanti fascisti, il terzo venne freddato dai Carabinieri, proprio dopo che la reazione dei camerati si accanì contro i giornalisti presenti e di una troupe della RAI in particolare. Di seguito citiamo la rivendicazione dell’azione del 1978.

     

«Un nucleo armato, dopo un’accurata opera di controinformazione e controllo alla fogna di via Acca Larenzia, ha colpito i topi neri nell’esatto momento in cui questi stavano uscendo per compiere l’ennesima azione squadristica. Non si illudano i camerati, la lista è ancora lunga. Da troppo tempo lo squadrismo insanguina le strade d’Italia coperto dalla magistratura e dai partiti dell’accordo a sei. Questa connivenza garantisce i fascisti dalle carceri borghesi, ma non dalla giustizia proletaria, che non darà mai tregua. Abbiamo colpito duro e non certo a caso, le carogne nere sono picchiatori ben conosciuti e addestrati all’uso delle armi.» 
(Rivendicazione della strage di Acca Larenzia a nome dei “Nuclei Armati di Contropotere territoriale”)

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Solidarietà al Collettivo Kaos

La Rete Antifascista esprime solidarietà e vicinanza alle compagne ed ai compagni del Collettivo Kaos di Lumezzane in lotta per rivendicare uno spazio di agibilità politica. 

L’esperienza del Collettivo Kaos in questi anni è stata di straordinaria importanza perché insediata in un territorio politicamente complicato come quello di Lumezzane dove è aperta  una sezione di Forza Nuova molto attiva con ronde e sistematica presenza sul territorio di fascisti vecchi e nuovi e dove le organizzazioni della sinistra storica fanno molta fatica a sviluppare iniziative antifasciste. 

La stessa Rete Antifascista ha constatato direttamente quanto sia difficile e pericoloso fare militanza antifascista a Lumezzane. 

Nel marzo del 2015 organizzammo un incontro con Saverio Ferrari dell’Osservatorio sulle Nuove Destre e l’allora Presidente provinciale dell’Anpi Giulio Ghidotti, nonostante l’ingente spiegamento di polizia un manipolo di fascisti tentò di fare irruzione nella sala ove si teneva il dibattito. 

Il Collettivo Kaos ospitato nel piano interrato della storica Casa del Popolo costituisce una sorta di avamposto resistente contro fascisti e fascismi. 

Nel corso degli anni in questa sede si sono organizzate iniziative culturali, di controinformazione e di autofinanziamento. 

Sarebbe davvero un grave errore politico se per mere questioni burocratiche, gestionali e di affitto si ponesse fine ad una esperienza tanto utile e positiva. 

Ci permettiamo di sottolineare che anche il semplice spostamento in altro luogo farebbe venir meno il senso di continuità in una “Casa” costruita dagli antifascisti ed oggi rivitalizzata grazie anche all’impegno del Collettivo Kaos. 

Auguriamo che possa svilupparsi un confronto tra i soggetti politici coinvolti nella diatriba tale da trovare una soluzione condivisa nel rispetto delle prerogative e della autonomia di tutti. 

La vecchia “Casa del Popolo” di Lumezzane è una struttura ampia che può ospitare davvero tutti.  

Rete Antifascista Brescia

 

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CARMINE RESISTENTE


ECCO IL PROGRAMMA 2019

 

 

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BUON ANNO ANTIFASCISTA

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Dopo un raccolto ne viene un altro, bisogna andare avanti.

75° dell’eccidio dei fratelli Cervi

Era il 28 dicembre 1943 quando i ribelli sediziosi e comunisti Agostino, Aldo, Antenore, Ettore, Ferdinando, Gelindo e Ovidio, i sette fratelli Cervi, con il disertore Quarto Camurri, -“italiano rinnegato” come recita la cronaca fascista della “brillante operazione di polizia militare”- furono fucilati dai fascisti nel poligono di tiro cittadino di Reggio Emilia. Papà Cervi era in cella e non fu nemmeno informato che i suoi figli condannati a morte furono fucilati alle ore 6,30 di quel 28 dicembre 1943.

Dopo un raccolto ne viene un altro, bisogna andare avanti”. Queste le parole del vecchio “Cide” quando, tornato a casa dal carcere, seppe dalla moglie Genoeffa la tragica fine dei suoi ragazzi.

E di raccolti ne deve fare ancora tanti l’antifascismo perché i fascisti sono sempre gli stessi e sempre in agguato. Anche quando trovano una morte gaglioffa durante una spedizione squadristica e razzista, o impunita com’è accaduto mercoledì 26 Dicembre. Carlo Maria Maggi morto nel suo letto a 83 anni, senza aver fatto un giorno di prigione, nonostante le molteplici condanne, tra cui l’ergastolo per la strage di Piazza Loggia.

Daniele ‘Dede’ Belardinelli, capo Ultras dei Blood and Honored esponente dei Do.Ra. di Varese, è morto mentre attuava un’aggressione squadristica, ironia della sorte, investito da un simbolo del capitalismo crediamo a lui caro: un Suv.
La sigla Blood and Honour (“Sangue e onore”), uno dei motti delle SS, fu utilizzata nel 1979, agli albori del movimento naziskin in Inghilterra. A Varese Blood and Honour nasce nel 1998, sotto il simbolo della runa protogermanica Othalaed che è stata simbolo della divisione delle Waffen SS Prinz Eugen, una delle divisioni più feroci che fu impegnata, dal1942, nella repressione antipartigiana nei Balcani.

All’interno della tifoseria calcistica, i Blood and Honour presero di mira cittadini extracomunitari, realtà politiche, associazionistiche e sindacali come Cgil, Anpi e Rifondazione.

Dopo 75 anni dobbiamo ancora vedere, leggere e subire queste cronache in un’ignoranza e analfabetismo civile, politico e sociale che riduce questi episodi fascisti a semplici atti di teppismo tra tifoserie opposte.

Ne dovrà fare ancora molti di raccolti l’antifascismo perché l’eccidio dei fratelli Cervi non sia una vuota commemorazione di circostanza.

Onore ai fratelli Cervi ma Antifascismo ora, adesso, subito!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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PASSATO CHE CONFERMA IL PRESENTE

E ANTICIPA IL FUTURO DELLA CITTA’ DEI PRIMATI

Solo tre giorni fa abbiamo pubblicato la doverosa analisi degli eventi terroristici del ’69, culminati con la strage di stato di Piazza Fontana il 12 Dicembre di Saverio Ferrari, assolutamente necessaria, anche dopo tanti anni, per opporsi al corso di normalizzazione e archiviazione della stagione delle bombe e delle stragi come episodio disdicevole e nefasto, ma ormai consegnato alla storia. Le istituzioni, lo stato tutto, i mass-media trattano la stagione delle bombe e dei fascisti in modo corporativo e consolatorio, da studiare, quando sarà il caso, in futuro forse, sui libri di storia, ma escludendola dal dibattito politico. Troppi falsi e depistaggi sono spacciati alla gente (popolo?) come droghe pesanti, in pochi ormai hanno la percezione dell’accaduto per la lunga dissimulazione praticata dal potere politico e dai fascisti in tutti questi anni: quarantanove anni, pensate, quarantanove. Più di due generazioni, trascorse a sentire di tutto sulle stragi, meno una cosa: la verità. Chi non è militante antifascista di allora non ricorda certo il ruolo eversivo e centrale di Avanguardia Nazionaleanche a Brescia, nomi come Kim Borromeo o i fratelli Fadini, che scorrazzavano per la città rabbiosi e ignoranti. Non ricorda Freda e Ventura, che qui aprirono una sede, non ricorda Stefano delle Chiaie e non ricorda il ruolo ricoperto da questi picchiatori fascisti nelle lotte operaie dell’autunno caldo del ’69.       Non ricorda che Maletti era un generale del Sid, i servizi segreti dell’esercito, che Guido Giannettini era giornalista fascista e agente del Sid. Potremmo continuare per ore, l’elenco è infinito. Tutto questo è diventato solo un’eco marginale e confusa di momenti di tensione sociale, rumori di fondo di tempi andati, che oggi no, non ci sono più! Questo racconta lo Stato, con molti partiti e mass-media: siamo in una solida democrazia parlamentare. Abbiamo altri problemi ripetono fino allo sfinimento, e sono: immigrazione, Europa che tarpa le ali alla crescita, gli antagonisti che vogliono fermare le lucrose grandi opere, la famiglia tradizionale da tutelare.    “Di certo il fascismo non tornerà mai”, questo è il cavallo di battaglia di Salvini che al fascismo è intimamente omogeneo. Ci inchiodano a questi simulacri per non farci vedere i veri problemi di classe. Come diceva Marx: «Il lavoro di pelle bianca non può emanciparsi in un paese dove viene marchiato se ha la pelle nera». E ancora: «L’operaio comune inglese odia l’operaio irlandese come un concorrente che comprime i salari e il suo tenore di vita. Egli prova per lui antipatie nazionali e religiose (…) la borghesia sa che questa divisione è il vero segreto del mantenimento del suo potere».  Insomma, la strategia è sempre la stessa per tenere a bada le classi inferiori, proletari o immigrati o diversi fa niente, ma funziona sempre.

Avanguardia Nazionale si è ricostituita da circa tre anni nell’indifferenza istituzionale e a Brescia è particolarmente attiva e senza pudore; ostenta sui social foto di cene con saluti romani; su questo blog ne abbiamo più volte dato notizia. Nostalgici dell’Odal e delle Waffen SS tesi a inserirsi in modo trasversale in tutti i movimenti fascio-leghisti della città e controllare tutti i manipoli dediti al sogno perverso di sgomberare con la violenza la cosiddetta immigrazione e degrado. Dalla candidata sindaco di Forza Nuova Laura Castagna, ai falsi volontari col basco blu dei Brixia Blue Boys che facevano ronde nei parchi, a Casapound che ha un negozio in centro, ai fascisti del Fronte Veneto Skinheads che aggrediscono i compagni al Carmine e hanno anche loro un negozio in centro, a Forza Nuova che apre una sede, l’Ambasciata in via Milano e vuole fare un presidio sul sagrato della chiesa di San Faustino, solo per fare alcuni esempi. Fatti raccontati con subdole e fantasiose ricostruzioni giornalistiche, care al nuovo potere leghista. Giornali che denunciano pubblicamente l’aria fascista che tira solo quando non possono esimersi dal farlo per il clamore dell’accaduto. Così come la Questura, che in accelerazione autoritaria e repressiva, a volte deve intervenire a fronte di fascisti che la fanno troppo grossa, tipo il ritrovamento di arsenali da guerra in casa di due fascisti.  Ma questa città democratica e avanzata, che vanta numerosi primati, con una sana Giunta di centrosinistra, non argina le uscite Leghiste spalleggiate da Forza Nuova in consiglio comunale e non chiude la vergognosa querelle sul Bigio. Con gli industriali bresciani illuminati, che danno lavoro ai giovani e non li sfruttano, e il termoutilizzatore, celebrato dalla Lega come il più avanzato d’Europa, che non inquina, ma produce profitto, oggi la città raggiunge un nuovo esaltante primato: Brescia è la città più inquinata d’Italia, come certificato dall’ISPRA. L’inquinamento industriale della città e della provincia non è una novità, eppure i vertici di A2A non hanno mai accettato alcun confronto con movimenti e associazioni, limitandosi a confutare i dati, come fanno Del Bono e la Cominelli sui quotidiani parrocchiali locali oggi. La provincia non sta certo meglio, da tutti i punti di vista, infatti, nella campagna tra Quinzano d’Oglio e Borgo San Giacomo c’è un canale irriguo che è il più inquinato d’Europa, cristo, d’Europa e in provincia, nella vicinissima città di Salò, sede ideale di tutte le liturgie dei fascisti, sempre attiva a commemorare il Duce e il ventennio, con operatori culturali di altissimo rango reazionario come Sgarbi e Giordano Bruno Guerri, autentiche vestali del fascismo, Forza Nuova ha annunciato l’istituzione di ronde contro le Baby Gang. Notizia pubblicata dai quotidiani in due articoli tiepidi e concilianti, che minimizzano a folkloristico il fatto e non ne vogliono cogliere l’essenza fascista. La certezza di essere impuniti e la proditoria arroganza e pericolosità, nasce ed è sostenuta dall’omogenea appartenenza all’attuale potere politico di tutti i gruppi fascisti. Virtualmente sono tutti movimenti e partiti fuori legge se si rispettasse la legge Scelba, i dirigenti sempre gli stessi, da Delle Chiaiea Fiore o Iannone 
o ex agenti provocatori come Merlino, che compaiono in tante foto sui social con ostensione continua di rune e tetre simbologie fasciste e naziste.

L’ecologia non è solo ambientale ma politica ed etica e ripristinare valori umani condivisi che tendano a un mondo migliore, è urgente. Sembrano ovvietà ma oggi non lo sono; l’addomesticamento e la narcosi dell’opinione pubblica ci annichiliscono, per questo dobbiamo continuare a leggere e rileggere i dossier come quello di Saverio Ferrari, anzi non leggerli ma studiarli, perché i modi e i pericoli del fascismo, pur nelle nuove forme seducenti e moderne, sono sempre uguali. Il fascismo non smetterà mai di essere il cane da guardia del capitalismo e non dobbiamo abbassare la guardia.

Mai, né ora né domani.

 

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TRA PASSATO E PRESENTE di Saverio Ferrari

IL RUOLO CENTRALE DI AVANGUARDIA NAZIONALE
NEGLI ATTENTATI DEL 12 DICEMBRE 1969,
OGGI RICOSTITUITASI PER FAR CRESCERE
LE NUOVE LEVE DEL NEOFASCISMO

Avanguardia nazionale fu sciolta per decreto, sulla base della Legge Scelba, per ricostituzione del partito fascista l’8 giugno 1976, tre soli giorni dopo la sentenza della settima sezione penale del Tribunale di Roma che aveva condannato 31 “avanguardisti” a 26 anni complessivi di reclusione. Due furono gli anni comminati al fondatore Stefano Delle Chiaie. Non si attese la conclusione dell’iter giudiziario che comunque sia in appello, nel 1981, che in Cassazione, nel novembre 1982, confermò le condanne. 

Il ruolo di Avanguardia nazionale negli attentati del 12 dicembre 1969, segnatamente nella strage di piazza Fontana, è stato spesso sottovalutato. In primo piano, infatti, dal punto di vista giudiziario, finirono gli uomini di Ordine nuovo, a partire dalla cellula padovana di Franco Freda e Giovanni Ventura. Eppure alcuni fatti dimostrerebbero la centralità di questa organizzazione.

LA RIUNIONE DI PADOVA

 

 Come noto gli inquirenti che si occuparono della “pista nera” indicarono come momento di svolta nell’escalationdegli attentati del 1969, la riunione di Padova del 18 aprile. Quella in cui si decise di colpire in «luoghi chiusi» con ordigni potenziati posti in «contenitori metallici» che li avrebbero resi particolarmente micidiali. Dalle intercettazioni disposte dall’allora Procuratore della Repubblica Aldo Fais, si scoprì che a questa riunione di Ordine nuovo, era atteso «il camerata Pino». L’identità dell’ospite verrà svelata tre anni dopo da uno dei partecipanti, Marco Pozzan. Si trattava di Pino Rauti, il capo riconosciuto di Ordine nuovo.

Ma insieme a Rauti arrivò un secondo personaggio, che Freda, rispondendo alle insistenze di Pozzan,confidò « È un uomo del Sid». Che a questa riunione avesse partecipato «un collaboratoredel Sid», lo confermò anni dopo il generale Gianadelio Maletti. Si trattava di Guido Giannettini, reclutato fin dal 1966 dal Servizio informazione della difesa. A quell’incontro, dissero alcuni, vi intervenne anche come emissario di Stefano Delle Chiaie. D’altro canto nei documenti della Questura di Roma Giannettini era in quegli anni segnalato come «elemento di rilievo di Avanguardia nazionale».

«DELLE CHIAIE ERA PRESENTE!»

Sarà però Giovanni Ventura, il 17 marzo 1973, in un lunghissimo interrogatorio di undici ore, nel carcere di Monza, che confessò che alla riunione di Padova era invece presente in prima persona Delle Chiaie. Lo ribadì il 2 novembre in un confronto con lo stesso Freda: «Il Delle Chiaie a quella riunione»  – disse – «era venuto». Era da anni amico di Freda e si era più volte incontrato con lui. Vuotando il sacco a metà, Ventura, parlò anche dei finanziamenti che venivano «con prevalenza assoluta» proprio  «da Stefano Delle Chiaie».

Il giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio non gli credette giungendo alla conclusione che Delle Chiaie non poteva essere stato a Padova, avendo subito la mattina successiva una perquisizione domiciliare a Roma. Ma non andò a fondo. Un errore, visto che il commissario di polizia che eseguì quella perquisizione la effettuò alle 11 della mattina. Orari ferroviari alla mano, Delle Chiaie avrebbe potuto benissimo partire da Padova dopo mezzanotte ed essere nella sua abitazione prima delle 10. Lo sostenne, inascoltato, l’avvocato Odoardo Ascari al processo che si tenne nel 1978 a Catanzaro.

LE BOMBE DI ROMA

       Ordine nuovo e Avanguardia nazionale a Padova decisero anche di spartirsi il territorio per le azioni terroristiche da compiere: l’organizzazione di Rauti al Nord e quella di Delle Chiaie al Centro-Sud. An, tra il settembre e il dicembre 1968 aveva già compiuto a Roma ben undici attentati, quattro con bombe. Ora si doveva alzare il tiro. Puntare alla strage.

       Nel giorno in cui a Milano, alle 16.37, scoppiò la bomba in piazza Fontana, a Roma ne scoppiarono altre tre: una in un corridoio sotterraneo della Banca nazionale del lavoro (tra via Veneto e via di San Basilio) e due all’Altare della Patria. Alcuni testimoniarono di aver visto uomini di Avanguardia nazionale aggirarsi da quelle parti. Diversi furono anche gli esponenti neofascisti che nel corso degli anni addebitarono ad An quegli attentati. Qualcuno (Alfredo Sestili) fece anche il nome di Mario Merlino.

ANCORA GLI STESSI

Avanguardia nazionale si è ormai ricostituita da quasi tre anni nella più assoluta indifferenza istituzionale. Un’organizzazione a tutti gli effetti fuori legge. Il simbolo è rimasto lo stesso, l’Odal, una lettera dell’alfabeto runico a forma di rombo con i lati inferiori incrociati, espressione della continuità della stirpe, a suo tempo utilizzata anche da una divisione delle Waffen-SS. Anche i dirigenti sono rimasti gli stessi, a partire da Delle Chiaie, il capo incontrastato. Tra gli altri figura ancora lo stesso Mario Merlino, l’“agente provocatore” che si infiltrò tra gli anarchici. L’idea è quella di aprire sedi e mettersi a disposizione delle nuove leve del neofascismo. Già accade a Brescia dove si intimidisce chi  denuncia la loro attività e dove, tra un saluto romano e l’altro, alle riunioni si sono fatti fotografare la candidata sindaca di Azione sociale/Forza nuova alle ultime elezioni amministrative e i leader dei comitati più attivi nel minacciare i profughi e chi li accoglie. 

SAVERIO FERRARI

 

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OTTANT’ANNI DI LOTTA

SANTE NOTARNICOLA, CASTELLANETA (TA)- 15 DICEMBRE 1938
 

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12 Dicembre 1969 La Strage di Piazza Fontana

Domani ricorre l’ennesimo anniversario della strage di Piazza Fontana. La madre di tutte le stragi è ancora lì che ci ricorda in ogni momento che la lotta con il fascismo non è chiusa. Gli interrogativi di allora sono molti, e tuttora aperti e s’intersecano perfettamente con quelli suscitati dai movimenti fascisti di oggi.

Il proliferare continuo di nuove sigle, gruppi e associazioni di dichiarato stampo fascista è il segno dei tempi e l’osservazione militante un dovere.

Questo governo, con i DDL sicurezza e Pillon ,non solo è connivente con il fascismo, ma ne alimenta e amplifica l’azione a tutti i livelli. L’atteggiamento reazionario e repressivo vuole istituire di nuovo uno stato di polizia e annientare la lotta antifascista e anticapitalista.

Domani sarà pubblicata su Carmilla con il titolo “CHI E’ STATO?” la recensione dell’ultimo dossier di Saverio Ferrari “12 Dicembre 1969 la Strage di Piazza Fontana”. Lavoro che ripercorre la storia politica e giudiziaria della strage e ne sottolinea gli enormi interrogativi ancora aperti, aggiungendo nuove inquietanti informazioni che rendono meno oscuro il quadro delle responsabilità penali, istituzionali e politiche.

Inoltre, la recensione è anche l’occasione di affrontare un nuovo tema: i DO-RA di Varese, questa realtà monitorata costantemente dalla loro costituzione, nel novembre 2012, quando nessuno ne aveva colto per tempo la pericolosità, resa evidentedopo l’intervista rilasciata da Alessandro Limido, che dovrebbe essere perseguito anche per la legge Mancino. Discriminazione all’odio razziale, etnico e religioso, apologia palese del nazionalsocialismo sono gli ingredienti di DO-RA.

Risulta evidente il profilo eversivo dell’associazione, che ha come obiettivo strategico il rovesciamento delle istituzioni democratiche e Antifasciste.

Inoltre DO-RA ammette la volontà di voler riorganizzare il partito fascista e di non poterlo fare subito solo perché adesso non ne ha le forze, ma il progetto è questo.

 

CONTRO LO STATO DELLE STRAGI E DELLA CRIMINALIZZAZIONE DELLE LOTTE SOCIALI

ANTIFASCISMO SUBITO

 

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POLITICA DELL’IMMAGINE: LEGHISMO ETERNO RITORNO DEL FASCISMO

POLITICA DELL’IMMAGINE: LEGHISMO ETERNO RITORNO DEL FASCISMO

8 Dicembre, Festa dell’Immacolata: l’adunata Leghista a Roma è l’attuale culmine dello sviluppo della “politica dell’immagine” leghista. La similitudine con la politica dell’immagine fascista del ventennio è evidente e sconcertante nelle rappresentazioni simboliche, nella loro molteplicità di riferimenti culturali e capacità proteiforme di adattarsi alle contingenze politiche del momento

Il repentino e continuo mutare dell’immagine di massa della Lega e del suo “Duce” è paradigmatico dell’esistenza di opposti e numerosi fronti, che condizionano il modus operandi della proposta dell’immagine leghista, in funzione delle diverse fasi politiche attraversate nell’ultimo ventennio leghista.La politica, e non solo dell’immagine, leghista è condizionata dall’identità del suo destinatario sociale, tale destinatario non è un prototipo immutabile, cambia secondo le congiunture che si susseguono.

Questa dimensione diacronica non permette di definire con precisione la politica dell’immagine della Lega, ma di capire correttamente il disegno storico, la tensione politica finale, così come gli obiettivi strategici ultimi. Questo tentativo di comprensione deve comunque tener conto di quella pluralità di aspetti caratteristici del “sovranismo razzista leghista” e non incorrere in caratterizzazioni troppo unilaterali.

Curiosamente il fascismo si trovò nella medesima situazione e altrettanto abile fu nella politica dell’immagine del partito e del Duce. Alla metà degli anni ’30 il Fascismo rurale”, espressione delle periferie e del provincialismo, le nostalgie “diciannoviste” e il ritorno alle tradizioni originarie, convivevano con il fascismo efficientista e tecnologico, con la modernità che voleva spazzare la via la burocrazia. Quante similitudini con il percorso leghista. Altra cosa fu poi la parabola imperiale e colonialista del fascismo, ma anche qui le similitudini si sprecano, basta volerle vedere. Aspetti diversi che s’intrecciano tra loro e caratterizzano, così come caratterizzarono il fascismo, la politica della Lega. Facce diverse di un fenomeno politico e culturale che costituisce “l’identità leghista” di oggi.     Cultura visiva e politica che aderisce con eccezionale capacità di adattamento all’interpretazione della massa e irretisce parte le classi più colte.

Salvini che imbonisce la piazza con la felpa della “Polizia”, che manda bacini, ringrazia “a nome di tutti gli italiani”, dice “prima gli italiani”, dice “a me interessano gli operai” e sciorina il suo repertorio d’immagine politica usando linguaggi spicci da “strapaese”. I fascisti evocavano “agili manganelli e giustizia speditiva”, anche quelli puri prodotti della sana tradizione popolaresca, salvo poi difendere gli interessi del capitale; infatti, ha incontrato gli imprenditorie si è già messo a disposizione.

Salvini fa un Gazzettino da Strapaese, (che fu una rivista fascista degli anni ’20), cita Martin Luther King, Wojtyla anticomunista, presepe e crocefisso, e ringrazia continuamente il “buon dio”, così come succedeva nel ventennio, quello del Duce. Infatti, nel ’27 dal Gazzettino di Strapaese citiamo questo passo: ” Strapaese è fatto apposta per difendere a spada tratta il carattere rurale e paesano della gente italiana: vale a dire, oltreché l’espressione più genuina schietta della razza, l’ambiente, il clima, la mentalità ove son custodite per istinto e per amore le più rare tradizioni nostre.”

E “Il Selvaggio”, altra testata fascista in occasione di grandi adunate romane pubblica: ” Il fascismo ha avuto il manganello per salvare l’Italia dalla barbarie politica, culturale e intellettuale.”

Ora che l’ampolla del Po è definitivamente rotta e i cocci persi “nell’identità tradizionale italiana”, ora che l’Adunata nazionale si fa nel giorno della madonna, in una piazza con la statua della madonna, e nel nome di Salvini, ogni domanda è retorica, ma ci tocca l’obbligo di farla, di urlarla:

Se questo non è già fascismo, cosa può essere?

L’antifascismo deve essere prioritario e militante a tutti i livelli ora.

 

 

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LEGHISTI E CASTAGNA NON C’E’ LIMITE AL PEGGIO FASCISMO

Venerdì 30 novembre 2018 il Consiglio Comunale di Brescia è stato chiamato a discutere un’interrogazione della Lega Nord circa lo sgombero delle “casette” occupate a Sanpolino in via Gatti, costruite per gli operai dei cantieri della metropolitana, al termine dei lavori, furono abbandonate e acquisite dal Comune di Brescia. Nell’aprile del 2013, in piena crisi economica e abitativa dovuta alle migliaia di sfratti per morosità incolpevole, alcune decine di persone rimaste senza un lavoro e senza una casa, trovarono un tetto grazie a questo villaggio di container.

 

Doveva essere una soluzione momentanea, ma a cinque anni di distanza il problema è ancora presente nella sua plastica drammaticità. Si sta cercando una soluzione, in stretto contatto con l’Amministrazione Comunale, per dare casa e dignità a chi è costretto ad abitare le “casette, magari qualcosa di simile a quanto concretizzato per gli abitanti dell’Hotel Alabarda e dell’Albergo di via Corsica.   

La sala consigliare è affollata, molti abitanti delle “casette” e compagni/e delle varie Associazioni, tutti sono ansiosi di sentire le argomentazioni dei consiglieri leghisti.

Nell’ultima fila, sedute compostamente quattro persone che stonano con la situazione, sono quattro fascisti, capeggiati da Laura Castagna, che con ghigno sardonico stanno pregustando la soddisfazione di vedere i loro camerati leghisti in azione. Vigili e commessi sorvegliano il pubblico; tra Bordonali, Fantoni, Tacconi e Giori Cappellutti (ha due cognomi sarà nobile?) e i quattro fascisti corrono occhiate d’intesa, come dire: – Adesso vedrete cosa combiniamo!

Sullo scranno centrale il presidente del consiglio comunale Cammarata, a sinistra l’assessore Fenaroli, straniti e sgomenti, scrutano perplessi la sala mentre la consigliera leghista Fantoni, con mano sul petto dice che il suo intervento parte dal profondo del cuore”e che la richiesta di sgombero “con le ruspe” è dolorosamente fatta per tutelare tutte quelle “povere madri bresciane che non hanno i soldi per le medicine dei loro pargoletti”.

La provocazione è evidente, l’indignazione totale, una compagna dell’Associazione Diritti per tuttitenta di aprire uno striscione ostacolata dai vigili, compagni/e del Magazzinogridano:”Vergogna!!!”

Ecco che l’ineffabile Cammaratasospende la seduta e chiede lo sgombero della sala. Nessuno si muove e dopo breve trattativa e reprimenda di Cammarata, che spiega a tutti “le regole aure dell’assemblea e della democrazia”per proseguire la seduta, e cioè che “la forma è sostanza” e si rispetta a prescindere,quindi non si devono interrompere gli interventi, neanche quelli dei leghisti, anche se loro, i leghisti, non rispettano niente. La seduta riprende. I fascisti ghignano, si stanno divertendo.La consigliera Fantonitermina l’intervento con la solita retorica fascista, melensa e spietata, tra i malumori e le proteste di compagni/e. Risponde l’assessore Fenaroli, molto compitamente elenca tutti i fatti e riafferma la volontà del comune di eseguire gli sgomberi appena troverà una soluzione abitativa. In ogni caso la questione “casette” è derubricata dall’azione politica e ricondotta in un atto di ordinaria amministrazione”Nessun commento politico sui contenuti reazionari dell’interrogazione leghista. Nonostante questa risposta accomodante e consolatoria scatta il delirio fascio-leghista.Il consigliere Giori (nei suoi osceni pantaloni principe di Galles beige) attacca frontalmente il tiepido intervento di Fenaroli che alle ruspe contrapponeva la logica dell’integrazione; urla si sbraccia e diventa paonazzo, parte del pubblico urla, la compagna migrante tenta di nuovo di aprire lo striscione.Il consigliere Tacconi, finora rimasto dietro i suoi per consigliarli e aizzarli sottovoce, rompe gli indugi e partecipa al “pasticcio” finale, urlando convulso contro i compagni/e, del resto è un professionista.Bagarre: forza pubblica che interviene, seduta sospesa, pubblico allontanato tra le urla belluine­­­ di Giori, della Castagna e di un’altra fascista che sentenzia -“ se sono senza soldi questi qui (rivolta ai migranti e ai disoccupati), …ma andate a cagare…”. La classe non è acqua.

Più tardi, sul profilo Facebook di Laura Castagna compare questo shoccante post: –“Zecche fatevi una bella doccia prima di parlare, ma una doccia di quelle giuste!” 

Non v’è dubbio che la fascista Castagna alluda alle “docce” in cui sono stati sterminati milioni di persone dal regime nazista. Tant’è che si è scatenata la reazione via web e sulla stampa. La stessa Castagna tenta una rocambolesca retromarcia ma come sempre accade la toppa è peggio del buco. Ecco confezionare frasi di rito tra il paternalismo e la melassa “… sono una donna e una madre di famiglia… “e ancora “…intendevo le docce quelle col sapone…” “…si ipotizza che dalle minacce io possa passare alla violenza…”.

 Verrebbe da dire: non ci sono più i fascisti di una volta! Questi lanciano il sasso e poi non solo nascondono la mano ma piagnucolano come bambini. E’ vero che stiamo parlando di Laura Castagna, “una candidata sindaco a Brescia” che alle elezioni di quest’anno ha preso 571 votipari allo 0,69%.Una scoreggia nell’aria inquinata della città!

Ma è necessarioinquadrarequesta paladina senza arte ne parte. Laura Castagna, classe ’69, residente al Villagio Violino è stata candidata sindaco di Brescia con una coalizione denominata Brescia Italiasostenuta da “Azione Sociale”, di cui la Castagna è Presidente Provincialee da “Forza Nuova”.

Quest’accozzaglia è stata tenuta a battesimo da Roberto Fiorein persona. Insomma, è figlia di Azione Socialedella fascistissima Alessandra Mussolini(nipotina del duce) ora emigrata in altri gruppi, si dichiara Indipendente di Area Lega Nord,e di Forza Nuovadi quel Fiore, condannato per banda armata e associazione sovversiva come capo di Terza Posizione in tutti i tre gradi di giudizio,scappato all’estero e rientrato in Italia nel ‘99 a pene prescritte.

Durante la latitanza ha fatto molti soldi con appoggi dubbi. Rientrato in Italia è ricco e pronto a guidare Forza Nuova. Solitamente il problema dei latitanti è avere fiancheggiatori per sbarcare le giornate, Fioreaddirittura diventa capo di un impero affaristico e amico del leader dell’estrema destra britannica Nick Griffin. Chissà da dove giungono tutti sti soldi? Ma la storia si farebbe troppo lunga e questa non è la sede.Queste le basi politiche della donna e mamma” Castagna, basi fascistissime, sovversive, eversive e finanziate da occulti padroni. La ciliegina sulla torta: la Castagnapartecipa, con altri fascisti bresciani, a suon di cene e foto postate su Facebook, a riunioni con vecchi camerati, residuati bellici, di Avanguardia Nazionale, organizzazione fascista e golpista disciolta nel ’76 per effetto della Legge Scelba. Cene che si svolgono tradizionalmente ogni ultimo giovedì del mese in un locale cittadino, infarcite di simbologia fascista, saluti romani e foto di rito”. E poi c’è la Castagna in versione ultrà, ritratta in numerose foto nel cuore della curva nord dello stadio Rigamonti durante la partita con il Livorno, circondata da elementi del tifo organizzato marchiato Brigata Leonessa. Sodalizio legato a doppio filo con il Veneto Fronte Skinehad. Si, proprio quello dei picchiatori fascisti per antonomasia, quelli a metà strada tra malavita comune, fede calcistica e ideologia nazi-fascista. Insomma una Laura Castagna che si sforza di lavarsi la faccia con acqua e sapone ma addosso le rimane l’intenso color nero delle sue trame: tradizione fascistissima garantita da Azione Sociale, pratica politica garantita da Forza Nuova, connotazione razzista marchiata “Brescia Italia”, nostalgiche velleità sotto il marchio di Avanguardia Nazionale manovalanza pronta a menare con i colori da stadio.                                                  
Ora, in questa situazione sociale drammatica, con il DDL sicurezzache incombe su tutti noi, il decreto Pillonin cantiere, la tracotanza dei fascisti collusi con i leghisti, o viceversa, e il totale sdoganamento del fascismo nostalgico o futuro, sarà sempre più dura.

 

La sostanza (non solo quella della forma come dice Cammarata) è soprattutto negli ideali antifascisti fondanti della nostra costituzione. Sia chiarito ai leghisti che quando devono organizzarsi una claque in consiglio comunale, non possono portarsi i fascisti; non si può tollerare oltre questo balletto di mistificazioni reazionarie. Che anche la Giunta prenda posizione:è ora!

L’antifascismo è militante per forza di cose o non è nulla.

 

 

 

 

 

 

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DELIRIO AUTORITARIO

 E GIUNTA IN VACANZA POLITICA

 Quanto messo in atto sabato 17 novembre a Brescia dalla Questura è un autentico delirio autoritario. Centinaia di agenti in tenuta antisommossa, mezzi blindati, decine di agenti in borghese, carabinieri, guardia di finanza, polizia urbana: mancava solo la protezione civile e i vigili del fuoco. E forse le guardie forestali ma giusto perché si sono militarizzate e assorbite dai carabinieri.

Senza parlare delle ditte di traslochi che hanno sistemato centinaia di transenne e delle aziende addette alla raccolta dei rifiuti che hanno portato via decine di cassonettie reso inutilizzabili centinaia di cestini dei rifiuti. Oppure dei divieti di sosta con rimozione (numerose quelle eseguite). Insomma un dispositivo di sicurezza che faceva presagire chissà quali sommovimenti, moti o incidenti. Invece lo scenario del Quartiere del Centro Storico cittadino, il Carmine ha visto da un lato una grande festa di popolo, un popolo multietnico ed integrato che ha animato per diverse ore via S.Faustino con musica, canti, giochi, colori e buon cibo.

 

 

A poche centinaia di metri 56, dicasi cinquantasei, fascisti, militanti di Forza Nuova, in divisa, inquadrati militarmente, sventolanti bandiere nere e urlanti slogan apologetici e deliranti, conditi da autentiche minacce nei confronti del popolo antifascista. Insomma da una parte i residenti del quartieree le decine di associazioni culturali, artistiche e politiche che hanno sede e operano nello stesso. Dall’altra un manipolodi estranei calati come extraterrestri (o come topi di fogna, poiché sono comparsi e spariti dalla sotterranea metro), solo in parte bresciani, perché a rinforzare le esigue fila c’erano sbandieratori veronesi e milanesi. Da un lato chi rivendicava la voglia di vivere le proprie piazze, le proprie strade, i propri spazi; dall’altra ubbidienti animali dei padroni scortati in loco dagli sbirri in un recintato protetto, dove erano confinati nell’impossibilità d’interagire con la città.

Forza Nuova aveva annunciato un presidio razzista e fascista, “CONTRO DEGRADO E IMMIGRAZIONE”, nella piazzetta della chiesa di S.Faustino, poi prescritto dalla Questura e dislocato a pochi metri nel “budello” di via della Rocca.

Poco importa se poi è stato concesso loro un mini corteo da deportati, in fila per quattro, dalla fermata Metro S.Faustino sino all’inizio della salita del Castello.

Una grottesca rappresentazione di ciò che il fascismo è stato ed è ancora: macismo ebete, violenza, astrazione dalla realtà, retorica sottoculturale, repressione, prevaricazione, militarizzazione.

Nel recente passato la Questura bresciana aveva risolto simili tragicommedie dislocando i presidi neri altrove, lontano dal Carmine multietnico e antifascista. In regime salvinano tutti hanno diritto a manifestare dove vogliono, anche coloro che per propria natura esprimono e professano idee in contrasto con la Costituzione  e con buona parte del Codice Penale. Viene da chiedersi quanto sia costata questa pagliacciata alla collettività? Altresì, ci si chiede dove sia il mega dispositivo militare della questura e dei Carabinieri, quando a notte fonda i neriluridi individui scorrazzano per la città armati di manganelli estendibili, cinture e coltelli a caccia di immigrati e/o antifascisti?

Sarebbe anche utile chiedere al solerte dirigente della Digos che un paio d’anni fa ci spiegava che non era possibile raggiungere in corteo il Monumento alla Resistenza di Corso Magenta perché il centro è storicamente diviso in due: i fascisti nella zona di Piazza Arnaldo, gli antifa al Carmine. Oggi pare che questa dicotomia sia caduta. Certamente non può che farci piacere, perché Brescia è medaglia d’argento alla Resistenza, ma non solo in alcune piazze o vie ma nell’intera città!

E l’intera città ha detto NO in modo forte e chiaro a razzismo e fascismo. Nonostante l’imbarazzante silenzio dell’Amministrazione Comunalee di alcune grandi associazioni e partiti di massa.

 

Ora non appassiona la diatriba su regolamenti e delibere comunali: è un bel gesto politico il regolamento secondo il quale per occupare suolo o sale pubbliche si deve sottoscrivere il rispetto ai principi costituzionali e dei valori resistenziali, ma è facilmente eludibile. Infatti, basta non occupare suolo pubblico con strutture fisse che la questione diventa di sola competenza questurina, quindi risolta.

L’amministrazione comunale, poteva almeno dire qualcosa, anche se non proprio di sinistra, perché i fascisti attaccavano “degrado e integrazione” proprio nel quartiere dove le giunte di centro-sinistra hanno svolto un lavoro di recupero e rilancio urbano e umano.

Un paio di assessori si sono visti in piazza, estremamente attivi a tessere rapporti, ma il silenzio istituzionale è davvero allarmante. Il prossimo appuntamento è già questo sabato: 24 novembre, quando Casa Pound(Clown) chiama fascisti e razzistiin piazza Vittoria per inneggiare  al Bigio. Ci aspetta un’altra giornata di fermezza, partecipazione e militanza antifascista. Non appassionano per nulla le inutili disquisizioni architettoniche e artistiche, le visioni dei sovrintendentie gli abbagli di Del Bono e Castelletti sulla musealizzazione, o la democristiana soluzione di rinviare il tema di vent’anni, sino a fine prestito della statua concessa da Paladino.

Il Bigiogiace nel deposito comunale di via Rose e da lì non deve uscire.

Nessuna ragione artistica può prevaricare il senso di una dismissione avvenuta il 12 ottobre del 1945 a furor di popolo. Se il Bigiofosse stato solo un’opera d’arte o un elemento architettonico i partigiani scesi dalle montagne dopo mesi di guerra, stenti e miseria non avrebbero certo perso tempo ad accanirsi contro un pezzo di marmo.

L’Era Fascista è il nome attribuitigli nel 1932 da Mussolini in persona, che l’esaltò a simbolo dell’intero regime. Quindi la Brescia solidale, medaglia d’argento alla Resistenza, sfregiata dalla strage del 1974 non può e non deve permettere la restaurazione di simboli funesti portatori di lugubri presagi.

 

Lo scorso sabato una marea umana multietnica e festosa ha respinto la presenza fascista, il prossimo sabato bisogna in qualche modo replicare.

Ora e sempre: Resistenza!

 

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IL CARMINE DIVISO TRA “OPPOSTI”

IL CARMINE DIVISO TRA “OPPOSTI” PER I MASS-MEDIA

MA I FASCISTI RIMANGONO FASCISTI

E NOI ANTIFASCISTI

 Sabato17 Novembre il presidio antifascista al Carmine, per impedire l’invasione dei fascisti di Forza Nuova nel quartiere, è stato raccontato dai quotidiani e dalle televisioni in modo quantomeno singolare. La lunare visione giornalistica dei fatti confina il tutto in una questione quasi folkloristica, che non riguarda nessun cittadino per bene, mettendo sullo stesso piano i due mondi ideali agli antipodi: fascismo e antifascismo.

Stupisce la sciatta noncuranza della cronaca, parziale e lacunosa, ma anche in malafede, che mette in risalto i piccoli disagi causati alla città: una parte di quartiere blindato da polizia e carabinieri (molto più numerosi dei fascisti), assembramento dei “centri sociali” e degli “antagonisti” e associazioni varie che hanno illegalmente occupato la piazzetta della parrocchia di via San Faustinoper impedire il presidio di Forza Nuova.

Per il Giornale di Brescia è stato “un tranquillo sabato di protesta”; con naturalezza cita il fascista Spedini che dice: ”… non siamo forza politica da volantino ma militanza che testimonia con i fatti l’impegno da patrioti”. Ricordiamo che Laura Castagna candidata sindaco di Forza Nuova è stata fotografata alle “allegre e virili” cene di Avanguardia Nazionale.

Brescia Oggi se non altro, pur nella consolatoria bonomia del “non ci sono stati scontri”, rimarca l’assurda mancanza di presa di posizione ufficiale dell’amministrazione comunale (il sindaco) e rileva il vuoto politico e istituzionale con la sola presenza dell’assessore Fenaroli a titolo personale.

Per il Corriere edizione bresciana, il Carmine è stato diviso tra “opposti”, il presidio di Forza Nuova smorzato dai centri sociali”, come se il resto del mondo civile non ci fosse stato. Rimarca non la “distanza politica” tra i fascisti e noi, gli “altri”, tutti gli antifascisti, (perché è questa la differenza tra noi e loro), ma quella culturale, la visione della città diversa. Ci racconta il “giornalista” che certo, il quartiere è multiculturale, ma le prostitute, per altro attempate ormai, e anche i travestiti ancora si scorgono per i vicoli. Il presidio di Forza Nuova, ordinato “in fila per quattro”, sottolinea il giornalista, si è poi ordinatamente sciolto.

(Dopo aver urlato slogan che fanno rabbrividire e vomitare diciamo noi).

 

A parte il fatto che i patrioti rupofobici con la “fissazione per il degrado” non erano nemmeno capaci di mettersi in “fila per quattro”, con il loro capomanipoloche urlava ordini con voce maschia e roca:-“ in fila per quattro cazzo!!! Ho detto in fila per quattro”-. Viene da chiedersi: con che occhiali hanno visto la giornata di sabato certi giornalisti? 

Lasciamo stare le televisioni, sono anche peggio

Ma come dice Philip Dick: Lo strumento fondamentale per la manipolazione della realtà è la manipolazione delle parole. Se puoi controllare il significato delle parole, puoi controllare le persone che devono usare le parole”.

(da How To Build A Universe That Doesn’t Fall Apart Two Days Later)

 Ora dopo tutte provocazioni fascisteche si sono susseguite in città recentemente, la crescente tracotanza che ostentano i gruppi e i partiti di estrema destra e quelli che non dicono di esserlo ma lo sono, sembra che i mezzi d’informazione, i cosiddetti mass-media, abbiano deciso di fare la loro parte per il programma del governo fascio-stello-leghista.

Stanno eliminando dal vocabolario e dalla coscienza e percezione collettiva popolare due parole: fascismo e antifascismo.  Ormai non le usano quasi mai a proposito, è più comodo dire “opposti e antagonisti” e fa più contenti i padroni. Questo è un progetto politico-sociale che è partito da lontano e che oggi vediamo sempre più accettato e concreto nell’indifferenza generale, con la complicità dei mass-media e mettendo sempre più in risalto il termine: sicurezza.

Lo fa il Governo nel tentativo di trovare il nemico ad ogni costo. Lo fanno i fascisti nel loro delirio di guerra contro gli ultimi. Lo fa la Questura esibendo i muscoli con centinaia di uomini in assetto da guerra in modo ingiustificato e sproporzionato, visto che da una parte giocavano i bambini mentre dall’altra vi erano cinquanta sbandieratori sfigati.

 

Stesso delirio securitario registrato nel pomeriggio di domenica, quando la Sezione Anpi Caduti di Piazza Rovetta ha organizzato una visita guidata sui luoghi della Resistenza in Carmine e la Questura voleva presidiare la zona con cellulari e celerini.

Solo la fermezza degli esponenti della sezione stessa ha respinto l’ennesima pagliacciata.

Una domanda sorge spontanea: la solerzia questurina perché non si materializza nei venerdì notte quando i fascisti amano scorrazzare armati sino ai denti in cerca di compagni e/o antifascisti?

 

In ogni caso il significato della parola FASCISMO lo conosciamo bene, per questo siamo ANTIFASCISTI

e anche di questa parola conosciamo bene tutti

i significati politici e culturali!

 

 

 

 

 

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NOI 5000 “ANTIFASCISTI IDIOTI” CHE ABBIAMO SFILATO A TRIESTE CONTRO CASA POUND CON RETE ANTIFASCISTA

 

Pane promesso e retorica, ignoranza e mito del guerriero sono le ricette di casa Pound. La scelta di Trieste e del centenario dell’armistizio della Prima Guerra Mondiale, vittoriosa secondo la più becera narrazione capitalista e fascista, per convocare la manifestazione di Casa Pound è coerente e scontata. Circa 2000 fascisti, super protetti da sbirraglia varia, hanno sfilato portandosi appresso bandiere tricolori, istriane, fiumane e dalmate (mancava la bandiera Ustascia, peccato).

In testa al corteo uno striscione che dice” Difendere l’Italia fino alla vittoria”e altri di uguale intensità e profondità politica e culturale. Ora viene spontaneo chiedersi perché a 100 anni di distanza ci sia ancora qualcuno che abbia un’ignoranza storica così abissale da celebrare ancora una guerra così devastante come un episodio “gioioso e fondante di una nazione (civile?) detta patria?”

Seicentomila soldati sono morti, in combattimento o per le decimazioni e le fucilazioni eseguite dai carabinieri e dai comandanti monarchici, svariate centinaia di migliaia di morti civili per fame, stenti e malattie. Questi dati non si adattano alla retorica trionfalistica della “Canzone del Piave”, questa è la cronaca della guerra imperialista voluta dalla borghesia e subita dal proletariato.E non basta: questa guerra ha consegnato intere generazioni di proletari alla repressione delle lotte operaie e contadine, allo squadrismo fascista al servizio dei padroni.

Eppure per Di Stefano il 4 Novembre è un episodio glorioso, che va commemorato, e di fronte alla bella manifestazione di una Rete Antifascista, entro la quale chiudere a tenaglia ogni rigurgito fascistoide, commenta così: ” (…) una manifestazione contro la nostra, ma dall’altra parte ci sono degli idioti che sono fuori dalla storia. Loro vorrebbero cercare lo scontro…

Che dire? In una realtà politica dove la parola cultura fa “mettere le mani dei governanti alla pistola”, esiste anche la situazione delle destre radicali, che si riempiono la bocca di valori e culture alte, come il patriottismo, l’identità sacra e tutto l’armamentario della propaganda fascista. Si atteggiano a sapienti studiosi della storia, ma sempre con animus pugnandi, come se il destino della società occidentale dipendesse da loro. Sono cresciuti a  pane e retorica, ignoranza e superbia stupida; la cultura, quella si, e anche l’istruzione, dovrebbero “mettere mano alla pistola” ogni volta che i vari Di Stefano, Iannone, Fiore e Meloni aprono bocca.

Tuttavia a Trieste la Rete Antifascista ha portato 5.000 persone, che fuori dalla storia, hanno chiesto di potersi “riappropriare della città e di fermare l’invasione di Casa Pound.

La fascistizzazione della società è partita da lontano e continua correre, ottusa e stolida, convergendo da ogni dove a un punto comune: l’assoluzione del fascismo e la pacificazione storica e morale tanto invocata da Lega e dalla Destra tutta

Minimizzare, come fanno alcuni cosiddetti giornalisti e intellettuali, il fenomeno è folle. Dare spazio politico e legittimazione a queste formazioni politiche, darà mano libera, ancora una volta, al capitalismo e allo sfruttamento selvaggio e minerà i valori fondanti dell’antifascismo.

5000 idioti fuori dalla storia, che manifestano in piazza contro il fascismo, devono diventare 10.000, 20,000, 50.000 e scendere in piazza sempre, ogni volta che un fascista si fa vivo.

No Pasaran!!!

 

 

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